Cos’è lo Schema Ponzi, una truffa sempre attuale

Le truffe sono nate con l’uomo, e con lui spariranno dal mondo. Alcune hanno raggiunto gradi di sofisticazione tale che per smascherarle sono occorsi anni e chissà quante altre sono sopravvissute impunite alle vittime e agli ideatori stessi. Nel secolo scorso un particolare tipo di truffa ha fatto particolarmente parlare di sé per l’apparente semplicità con cui le ignare vittime abboccavano al tranello loro proposto, mascherato da lucrativo investimento. Stiamo parlando dello Schema Ponzi, un geniale metodo per estorcere soldi ad investitori ingannati di poter guadagnare consistenti interessi partendo da un’esigua somma iniziale.

Charles Ponzi

Charles Ponzi – all’anagrafe Carlo Pietro Giovanni Guglielmo Tebaldo Ponzi – era un migrato italiano negli Stati Uniti, con il vizio del furto e delle truffe. La sua indole truffaldina viene più volte scoperta, tant’è che tra il 1907 e il 1913 passerà ben cinque anni in prigione, 3 in Canada e 2 in USA. Ma è dopo la Prima Guerra Mondiale che mette in piedi la truffa che porta il suo nome e che lo farà passare alla storia.

Per dar vita al suo progetto criminale gli serve dapprima un piccolo tesoretto cui attingere. Mette così in piedi un’attività di compravendita di buoni per francobolli (utilizzati all’epoca dagli emigrati di tutto il mondo per permettere ai loro cari rimasti in patria di rispondere alle lettere che gli espatriati mandavano loro) che gli garantisce un certo guadagno che può reinvestire subito per attuare la truffa che ha in mente.

La truffa di Ponzi

Ecco quindi che racimolato un piccolo gruzzolo, inizia a cercare investitori disposti a consegnargli ingenti somme di denaro promettendo loro che nel giro di pochissimo tempo (generalmente un mese) avrebbe restito circa il 10% della stessa, spacciando quella somma come quota di interesse dell’investimento stesso. In realtà questi “finti” interessi non erano frutto di operazioni finanziarie, ma venivano pagati semplicemente con parte delle quote che gli investitori successivi lasciavano a Ponzi stesso il quale, avendo rimborsato regolarmente le prime “rate” a coloro che gli avevano già lasciato il proprio denaro, si era fatto un buon nome tra la gente che, ingolosita dal facile guadagno, accorreva ai suoi sportelli sempre più in massa.

Come facilmente intuibile, però, non essendo infiniti né gli investimenti né gli investitori, a loro volta non avrebbero mai potuto essere infiniti neanche i rimborsi, ancor più perchè alla base del meccanismo di Ponzi non era previsto nessun tipo di reinvestimento societario del capitale incassato (quello sì avrebbe potuto fruttare una quota di interessi che, a tassi certamente più bassi, avrebbe potuto essere rimborsato sul lungo periodo agli investitori) ma solo un puro e semplice meccanismo di restituzione di una percentuale dell’ammontare del capitale incassato mentre, la parte restante, finiva direttamente nelle tasche del truffatore di origini emiliane.

Il piano criminale non dura molto poichè la stampa si rende conto che con il solo patrimonio costituito dai buoni per acquistare francobolli che aveva messo a garanzia del suo piano criminale, Ponzi non sarebbe mai stato in grado di rimborsare i soldi che spettavano agli investitori. E’ così che, dopo meno di un anno dall’inizio della sua “attività”, Ponzi venne arrestato senza avere neanche il tempo di spostare parte dell’immenso capitale accumulato all’estero, e finì nuovamente in prigione.

Da qui in poi la vita di Ponzi verrà costellata da una serie di nuovi tentativi di truffa e di conseguenti arresti tra USA, Italia e Brasile fino alla morte sopraggiunta nella più totale povertà a Rio de Janeiro nel 1949.

Lo Schema Ponzi

Volendo riassumere il piano messo in piano da Ponzi – che, secondo quanto da lui stesso dichiarato, non era una truffa “originale” ma copiata da una banca canadese per la quale aveva lavorato per breve tempo, subito dopo l’arrivo in America -, potremmo dire che si tratta di uno schema piramidale perfetto dove coloro che stanno all’apice della piramide (l’ideatore della truffa ne è, ovviamente, il vertice), quelli che per primi investono i loro soldi nel progetto “pseudo-finanziario”, effettivamente ottengono un ritorno anche consistente dall’investimento.

Mano a mano che ci si sposta verso la base della piramide, però, avvicinandosi al punto in cui i potenziali investitori diventano sempre meno e sempre meno saranno i soldi che entreranno nel circolo vizioso, gli ultimi arrivati non solo non arriveranno mai a gudagnare alcunchè ma inizieranno a perdere parte del loro capitale. Coloro che si trovano alla base, gli ultimi ad essere stati circuiti prima della fine dei giochi, sono destinati a perdere per intero i soldi affidati al truffatore.

Ideatore

Primi truffati: signor A, signor B

Secondi truffati, mese 1: signor C, signor D, signor E, signor F 

Terzi truffati, mese 2: signor G, signor H, signor I, signor L, signor M, signor N, signor O, signor P

Fine dei giochi, mese 3: arresto dell’ideatore della truffa o fuga dello stesso con il malloppo

Per spiegare lo schema sopra riportato, ipotizziamo che i primi truffati, signor A e B, consegnino all’ideatore della truffa 100 euro. Il truffatore restituirà loro il 10% dell’investimento il primo mese, un ulteriore 10% il secondo e ancora un 10% al terzo mese. In realtà però, il truffatore, nel primo mese pagherà i rimborsi ai signori A e B con le quote versate dai signori C D E e F, quelle del secondo mese con le quote versate dai signori C D E F G H I L M N O e P. Allo stesso modo rimborserà i signori C D E ed F con i soldi dei signori G H I L M N O P e così via fino alla fuga vigliacca o all’arresto del truffatore. Alla fine dei tre mesi, ipotizzando un investimento di 100 euro per ogni investitore, il truffatore avrà incassato 1.400 euro (14 investitori per 100 euro) avendone restituito solo 80 (20 a testa ai signori A e B, a cui sono spettati due rimborsi mensili di 10 euro e 40 euro ai signori C D E e F  cui è spettato un solo rimborso mensile da 10 euro). I signori G H I L M N O e P, invece, non essendo stati “nel gioco” per neanche un mese intero, hanno perso per intero la loro quota senza incassare un euro non avendo maturato il fanatomatico interesse mensile promesso.

L’eredità di Ponzi

Lo schema di Ponzi, non è morto con il suo autore e i 40.000 americani da lui truffati, ma più volte negli anni seguenti è stato riproposto anche da importanti e stimati operatori finanziari. Il caso più eclatante si è avuto nel 2008 quando la polizia americana arrestò il banchiere Bernard Madoff, ex presidente di un istituto prestigioso come il NASDAQ, che aveva attuato un sistema truffaldino del tutto simile a quello di Ponzi. Ma Madoff non se la cavò con qualche anno di prigione come il truffatore italianom poichè per lui venne comminata una pena di ben 150 anni di carcere.

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Cos’è il Money Management?

Se c’è una cosa che un esperto di economia non vi consiglierà mai di fare è un investimento al buio in cui impiegare una rilevante somma del vostro patrimonio nella speranza che l’azzardo si riveli vincente. Gli investimenti, invece, devono essere fatti con oculatezza e calcolo certosino delle risorse da impegnare. Le scienze economiche negli anni hanno teorizzato e dimostrato un’insieme di regole necessarie ad una corretta gestione del patrimonio e a come investirlo nel migliore dei modi raccogliendole in quello che oggi chiamiamo “Money Management”. 

Massimizzare i profitti e ridurre le perdite

Ovviamente spiegare in maniera esauriente cosa sia il Money Management in un semplice articolo è impossibile. La materia è ampia e complessa ed è studiata in corsi universitari che riassumono ciò che sull’argomento è stato scritto in centinaia di libri. Ma una sintesi per far capire per sommi capi di cosa stiamo parlando si può fare.

Il Money Management racchiude le tecniche della gestione del denaro in relazione agli investimenti (soprattutto a quelli sul mercato azionario) con l’obiettivo di massimizzare i profitti e ridurre le possibili perdite.

Tramite le regole del Money Management scopriamo che per salvaguardare e ampliare il patrimonio bisogna innanzitutto avere ben chiaro le dimensioni iniziali dello stesso al momento di iniziare un investimento (sembra banale ma non lo è affatto) e quindi stabilire quanta parte dello stesso si potrà utilizzare.

E’ a questo punto che entrano in gioco due concetti cruciali con cui si dovrà sempre avere a che fare per tutelare i propri investimenti:

  • Risk Management: la “gestione del rischio” che analizza i punti critici dell’investimento che si vuole realizzare tramite un’attento esame del rapporto costo-benefici e delle potenzialità presenti e future del mercato di riferimento cui l’investimento ricade;
  • Position Sizing: individuazione della quota di capitale da investire in ogni singola operazione e come ripartirla tra i diversi asset.

Affinché i requisiti che implicano il soddisfarsi dei due concetti sopra descritti vengano rispettati, bisogna adottare una strategia di Money Management che comporta diversi passaggi da seguire:

  • Innanzitutto bisogna avere un capitale adeguato all’investimento che si vorrà realizzare;
  • Investire una parte minima del capitale, non superiore al 2-3%, per ogni singola operazione: così facendo il patrimonio certamente non aumenterà a dismisura in un sol colpo ma allo stesso tempo non si disintegrerà in un attimo nel caso in cui l’investimento dovesse rivelarsi infruttuoso;
  • Fissare degli Stop-Loss per ogni singola operazione. Gli stop-loss (stop alle perdite) sono degli strumenti che, una volta fissati, entrano automaticamente in azione qualora una posizione in nostro possesso perda una percentuale di valore prefissata. Al raggiungimento di tale soglia di perdita, il titolo verrà automaticamento messo sul mercato per la vendita. Esempio:

Si acquista un titolo azionario del valore di €1.000 e si fissa lo stop-loss al 5% del valore. Non appena il valore dell’azione scenderà a €950 (1.000-5%) lo stop-loss causerà l’immediata vendita del titolo sul mercato. Qualora il titolo aumenti di valore fino (ad esempio) a €1.200 per poi calare, lo stop-loss si attiverà al raggiungimento dei 1.140 euro di valore (1.200-5%=1140).

  • Approntare un piano dei rischi che preveda almeno l’acquisto di due-tre asset sicuri (o tendenzialmente tali) per ogni asset rischioso: così facendo si può avere una ragionevole certezza che investendo in più asset contemporaneamente, una parte delle eventuali perdite verrà immediatamente ripagata dai guadagni relativi agli asset sicuri;
  • Considerare e ricalibrare sempre ogni nuova operazione con un’analisi attenta, non considerando l’esito di operazioni simili precedenti: se l’avere investito l’anno scorso in azioni dell’azienda “X” ha portato profitto ciò non implica che reivestire anche oggi nelal stessa azienda possa avere lo stesso risultato;
  • Chiudere una parte di operazioni in attivo per poter avere nuovo capitale immediatamente disponibile per nuovi investimenti.

La Formula di Kelly e quella di Larry Williams

Come ogni sistema economico che si rispetti, anche il Money Management ha delle funzioni matematiche che ne regolano scientificamente l’andamento.

La regola più famosa è la cosidetta Formula di Kelly, nota anche perchè è una delle più utilizzate dagli scommettitori “professionisti”. In fondo il parallelismo tra gli scommettitori e gli investitori in asset di borsa è particolarmente azzeccato in quanto entrambi hanno a che fare con l’alea, con le mosse degli avversari (siano essi i compagni del poker, le slot machine o gli altri brocker finanziari) e con un capitale soggetto ora a venti di tempesta, ora a bonacce infinite, ora a poderose raffiche in poppa.

La Formula di Kelly si utilizza per calcolare la quantità di capitale da investire in ogni singola operazione ed è espressa così:

F=W-(1-W)/R

dove: F = una singola operazione; W = la probabilità che l’operazione abbia un esito positivo; R = rapporto tra la media dei guadagni e la media delle perdite 

L’equazione (i cui termini vengono stimati con opportuni calcoli matematici) restituisce il valore percentuale del capitale da investire nell’operazione.

La Formula di Larry Williams è particolarmente utilizzata da coloro che operano sui titoli futures e serve a calcolare il numero di contrattazioni attivare per una data operazione finanziaria in rapporto alla percentuale di rischio che l’investitore è disposto a correre.

La Formula di Larry Williams è la seguente:

N=(C x P)/D

Dove: N = numero di contrattazioni possibili; C = capitale a disposizione; P = peercentuale di rischio; D = massimo drawdown, intendendo con questo termine la massima quantità di denaro che si può perdere nell’operazione. 

Se si operano investimenti utilizzando la Formula di Larry Williams il fattore umano diventa centrale poichè la variabile cambia soprattutto in pase alla propensione al rischio dell’investitore che costituisce uno dei fattore della formula (P). Più alto sarà il valore di P maggiori saranno gli investimenti che la formula ci consiglierà di fare e, di conseguenza, più P sarà alto più sarà alta la percentuale di incassare una fortuna o di finire in rovina.

Esempio:

Avendo un capitale di €1.000 e scegliendo di rischiare il 10% con un drawdown di €50 potremo acquistare 2 azioni della posizione che ci interessa (100 x 10%/50=2)

Come abbiamo già detto più sopra, il Money Management è influenzato da mille variabili e centinaia sono gli studi compiuti su di esso, tanto da poterlo quasi considerare una scienza a sé stante. In questo articolo, senza velleità di completezza, abbiamo voluto dare giusto una breve infarinatura dei concetti principali che bisogna però conoscere alla perfezione se si vuole operare nel mercato degli investimenti finanziari e in quello azionario in particolare.

 

 

 

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Cos’è un IBAN

Tutti i correntisti dovrebbero sapere cos’è l’IBAN (acronimo per International Bank Account Number, ovvero Numero di Conto Bancario Internazionale), ed in questo articolo proveremo a spiegarlo nel dettaglio. A partire dal 2018, infatti, i bonifici nazionali possono essere effettuato solo attraverso un codice IBAN, e non solo con i codici ABI, CAB e conto corrente a cui effettuare il versamento.

È molto importante sapere bene come funziona l’IBAN perchè, ad esempio, molte banche non accettano bonifici verso altre banche prive di IBAN, ed in genere i bonifici senza IBAN potrebbero avere costi maggiorati.

Composizione IBAN: come è fatto?

Un codice IBAN serve ad identificare correntista, filiale e banca di riferimento, ed è strutturato come segue a livello internazionale:

  1. 2 lettere che rappresentano la nazione (secondo lo standard ISO 3166)
  2. 2 cifre di controllo (ad es. CIN euro)
  3. un codice BBAN che identifica correntista, filiale e banca di riferimento.

Ogni stato ha poi delle convenzioni leggermente diverse per formulare l’IBAN specifico, ma l’unico obbligo per una questione di uniformità internazionale è quello di mantenere sempre una lunghezza fissa.

Codice IBAN: esempio

Ecco un esempio di codice IBAN ben strutturato per il nostro paese, l’Italia.

IBAN (Italia)
Nazione Numeri
di controllo(CIN euro)
BBAN
CIN ABI CAB Conto corrente
IT 12 T 12345 12345 123456789012

In altri termini, un IBAN non è altro che un BBAN reso internazionale ed univoco a livello mondiale.

A che serve il codice IBAN

L’IBAN è indispensabile per fare e ricevere bonifici, quindi è fondamentale familiarizzare con la struttura dello stesso, una volta capito come funziona non è complicato. L’IBAN dovrete fornirlo ad esempio per farvi pagare una fattura, per farvi accreditare lo stipendio, per ricevere un rimborso e così via; l’IBAN dovrete richiederlo per pagare tributi, inviare denaro a qualcuno oppure pagare una fattura morosa o, a volte, una bolletta.

Grazie al codice IBAN è pertanto possibile:

  • l’accredito dello stipendio – da comunicare in amministrazione alla vostra azienda
  • fare un bonifico – l’IBAN identifica un’azienda o una persona in modo univoco
  • ricevere un bonifico – grazie all’IBAN sarete identificati in modo univoco e potrete ricevere i soldi

Dove si trova il codice IBAN

Uno dei documenti più utili per rendersi rapidamente conto di come identificare questo codice è anche quello di consultare il conto scalare, ovvero il documento che viene inviato dalla banca su base trimestrale (ogni 3 mesi) o semestrale (ogni 6 mesi) con tutti i movimenti debitori e creditori. Tale codice è inoltre presente all’interno del contratto che abbiamo stipulato, al momento dell’apertura del conto, con la banca o l’istituto di credito che abbiamo scelto, per cui possono essere reperiti cercando tra la documentazione che ci è stata consegnata in formato cartaceo o digitale al momento della stipula del contratto stesso.

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NFT spiegati facilmente, per chiunque (o quasi)

Milioni di dollari investiti per un NFT. Che arrivano anche al cinema, e che sono diventati, tra le altre cose, l’equivalente delle figurine che collezionavamo da ragazzini. Ma che cosa sono questi NFT, i Non-fungible token di cui tutti parlano da qualche tempo?

Per capire che cosa siano gli NFT è opportuno partire dal significato dell’espressione “non fungibile“, che è forse quella che crea più confusione di tutte. Un token, in effetti, è un po’ come un gettone che ci forniscono alcuni rivenditori in cambio di denaro, e che possiamo usare per effettuare degli acquisti specifici (pensiamo ai gettoni colorati che ci vengono forniti all’ingresso di alcuni festival musicali, per poter acquistare da bere o mangiare, ad esempio): insomma, un token è abbastanza facile da intuire che cosa sia. Ma che il token sia non fungible è tutta un’altra storia…

“Non fungibile” significa che, pressappoco, è un pezzo unico che non può essere sostituito in alcun modo (da cui si evince il suo valore intrinseco); per capirci, se scambio dei bitcoin con qualcuno si tratta di criptovaluta fungibile, per definizione, dato che posso scambiare un ammontare di BTC con un altro ammontare degli stessi BTC ed otterrò sempre lo stesso valore. Questo discorso non vale per gli NFT, che si prefigurano come carte differenti tra loro, come “pezzi unici” destinati ai collezionisti, se vogliamo, e dal valore unico ed elevato proprio perchè non riproducibili al 100% in ogni fattezza. È un po’ quello che succede, se vogliamo, col mercato dei diamanti: il costo è elevato perchè ogni pezzo è unico, tanto più che i primissimi NFT (quando ancora non erano di moda) venivano proposti da ambiziosi startupper nella forma di diamanti digitali (uno schermo sul quale era presente un diamante dalla forma unica, memorizzato in una blockchain).

Nel concreto, un NFT può essere qualsiasi cosa, ma in genere è un artefatto digitale artistico: un disegno, un brano musicale, un blocco di dati corrispondente ad una specifica intelligenza artificiale. Un po’ come avviene per la valutazione di opere d’arte da parte di eccentrici milionari, questo concetto viene portato a livello più “pop” e tecnologico al tempo stesso, spalancando le porte a svariate possibilità – tra cui quella di creare videogiochi basati su NFT. A livello concreto un sito che presenta un marketplace o mercatino tipo Ebay con NFT di vario genere è, ad esempio, il sito

opensea.io.

Passando ad un livello squisitamente più tecnico, gli NFT si basano spesso – per non dire quasi sempre – sulla blockchain di Ethereum, il “libro mastro” della celebre criptovaluta che presenta un vero e proprio linguaggio di programmazione al suo interno, completo e funzionare (e che può essere usato per ufficializzare contratti, ad esempio). La validazione delle transazioni su ETH avviene a livello di proof-of-work, come per il BTC, con un dispendio computazionale considerevole, oppure sfruttando la più efficente proof-of-stake. Il punto chiave da capire è che ogni NFT è unico a livello di blockchain, e questo ne garantisce certificazione, attendibilità, valore e non riproducibilità. Chiaramente questa esplosione di popolarità degli NFT potrebbe, in teoria, coincidere con un aumento del valore di ETH, anche se rimaniamo nell’ambito delle ipotesi dato che, a mio modesto avviso, è anche possibile che NFT si riveli una bolla speculativa come molte, troppe ne abbiamo visto nel settore negli scorsi anni.

Qui si arriva ad un punto fondamentale da comprendere per evitare fraintendimenti: esiste un celebre video NFT valutato ben 6 milioni  e 600 mila dollari, alchè qualcuno di noi potrebbe sentirsi tentato dall’idea di scaricarselo per avere l’equivalente di quel denaro nel proprio computer. Le cose ovviamente, per nostra sfortuna, non funzionano così: essendo un’opera d’arte digitale è comunque un file che chiunque può duplicare, caricare dove vuole, custodire in un hard disk. Ma gli NFT sono stati ideati per fornire qualcosa che non può essere copiato, ovvero la proprietà certificata e sicura dell’opera, per quanto la legge sul diritto d’autore già stabilisca questo aspetto e, come dire, quasi certamente dovrà aggiornarsi in materia quanto prima, pensiamo. Per dirla in termini di collezionismo d’arte: chiunque può acquistare una stampa di Picasso, ma solo una persona deterrà l’opera originale. I sistemi di monetizzazione delle opere d’arte in NFT non mancano, e ogni marketplace può stabilirne uno diverso.

Foto di A M Hasan Nasim da Pixabay

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Carte di credito con numeri in rilievo: a cosa servono?

Di per sè la presenza di numeri in rilievo sulla parte anteriore della carta non fornisce alcun dettaglio utile nè servizio bancario in più rispetto a quelle “piatte”: di primo achitto si tratta, infatti, si una semplice e pura differenza estetica.

Quali sono le carte di credito con numeri in rilievo?

Carte di credito come N26, ViaBuy e Soldo possono essere richieste con stampigliatura del numero identificativo della carta in rilievo, che si potrà anche sentire al tatto, il che conferisce probabilmente un aspetto molto più elegante alla carta stessa.

Ma i benefit ed i servizi sfruttabili non sono legati alla “forma” della carta, mentre invece dipendono – il che è pure più  logico, secondo noi – da quello che offrono gli enti finanziari che emettono ognuna di essere

La risposta che riteniamo valida su un argomento così “dubbio” sul web è la seguente: le Carte di credito con numeri in rilievo sono esteticamente caratterizzate dal numero a 16 cifre, in genere (e a volte dalla data di scadenza) con i numeretti in rilievo sul materiale usato sulla carta. Non c’è un vero e proprio perchè al fatto che abbiano fatto questa scelta, che caratterizza tantissime delle carte di debito, di credito e prepagate in circolazione e vendute sul mercato ancora oggi.

Photo by CardMapr.nl on Unsplash

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Come proteggere le carte di credito contactless

Da quando la tecnologia contactless ha preso piede sugli ultimi modelli di carte di credito è arrivata senza dubbio un’ottima novità, comoda e pratica, per pagare rapidamente nei negozi. Al tempo stesso, pero’, qualcuno ha iniziato ad avere dei dubbi sulla loro sicurezza: ad esempio, è possibile che qualcuno ci possa sottrarre del denaro dalla carta solo al contatto, e senza che nemmeno ce ne accorgiamo?

Andando per ordine, le carte contactless sono dotate di un circuito RFID che viene poi avvicinato ad un dispositivo POS che, nello specifico, permette di pagare senza PIN interfacciandosi direttamente con lo stesso. Il segnale viene ricevuto, elaborato e poi si effettua il prelievo che di solito è di piccola entità (fino a 25€ al più, in genere); il POS poi emette un segnale di conferma o smentita dell’avvenuto pagamento. Questo è il funzionamento normale, ed ovviamente bisogna tenere conto che può essere possibile effettuare questa operazione anche per truffare, e molti malviventi effettivamente potrebbero farlo o l’hanno già fatto.

Il discorso è che debbono comunque avvicinarsi alla nostra carta, o al nostro portafoglio, che è quindi opportuno mantenere molto distante da altre persone o da occhi indiscreti, e soprattutto da eventuali dispositivi che il truffatore potrebbe portare con sè allo scopo. Per proteggere le carte di credito nel portafoglio oppure in borsa, peraltro, è sempre possibile procurarsi delle apposite custodie per le carte contactless, che sono disponibili in vari tipi, forme e modelli, e che proteggono da casi di potenziali truffe (naturalmente quando vogliamo pagare dobbiamo poi ricordarci di estrarli dalla custodia). Le custodie in questione vanno bene anche per la carta d’identità elettronica, sono leggere, proteggono anche dalla potenziale smagnetizzazione, sono pratiche da portare in giro e non occupano troppo spazio nel portafoglio.

Foto di Mudassar Iqbal da Pixabay

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Come comprare bitcoin con PayPal

Comprare bitcoin usando PayPal è una richiesta molto comune tra gli appassionati e gli scambiatori di criptovalute: PayPal nella versione USA, ad oggi, ha infatti messo a disposizione un modo per farlo direttamente dentro la sua app ufficiale. Gli utenti PayPal fuori dagli Stati Uniti come quelli europei, di fatto, non hanno questa possibilità, per cui dovranno ricorrere a delle modalità alternative che vedremo oggi in questo articolo, riveduto e corretto con le ultime novità in merito.

In primis si possono usare i siti exchange che permettono l’acquisto di cripto con carta di credito o bonifico, oppure si possono acquistare sui marketplace che consentono lo scambio di cripto tra utenti che già ne hanno (pagando loro privatamente). Questi i metodi più diffusi per raggiungere l’obiettivo, e che in questa sede vedremo nel dettaglio.

Va bene ricorrere ai siti di exchange, come tanti ce ne sono in rete (Kraken, Bitstamp, Coinbase e tutti gli altri): pero’ diciamo che in questi casi bisogna sapersi muovere, perchè dei vari servizi disponibili online non tutti offrono PayPal come metodo di pagamento. Vediamo nel dettaglio tutti quelli che abbiamo trovato

Comprare bitcoin con PayPal usando eToro: OK

La piattaforma di trading tra le più famose al mondo, eToro, non è esattamente un exchange ma permette comunque di comprare bitcoin: per farlo, tra i metodi di pagamento supportato abbiamo visto essere presente anche PayPal. Pertanto eToro va bene (fonte) per comprare BTC ed altre cripto con il proprio account PayPal a patto che:

  1. non sia un account residente in uno dei seguenti stati: Albania, Anguilla, Antigua, Barbuda, Argentina, Aruba, Barbados, Belgio, Belize, Bermuda, Bolivia, Brasile, Isole Vergini, Canada, Isole Cayman, Cina, Colombia, Congo, Costa Rica, Repubblica del Congo, Dominica, Repubblica Dominicana, Ecuador, El Salvador, Isole Falkland, Grenada, Guyana, Honduras, India, Giamaica, Giappone, Montserrat, Marocco, Nicaragua, Niger, Nigeria, Panama, Paraguay, Perù, Saint Vincent, Saint Kitts e Nevis, Saint Lucia, Isole Turks e Caicos, Arabia Saudita, Suriname, Bahamas, Trinidad e Tobago, Tunisia, Stati Uniti e Venezuela.
  2. l’acquisto avvenga in valuta USD, GBP, EUR oppure AUD
  3. l’account PayPal usato sia attivo e funzionante, abbia fondi disponibili al suo interno oppure possieda una carta di credito o di debito già collegata e validata.

Per registrarti su eToro, clicca qui.

Comprare bitcoin con PayPal usando Coinbase: NO

Coinbase sarebbe la scelta perfetta per un sacco di motivo, secondo me, ma purtroppo al momento non sembra supportare PayPal e quindi non va bene ai nostri scopi. Coinbase pertanto NON permette di usare PayPal per comprare criptovalute (NO deposito), ma solo per incassare l’equivalente in euro (OK prelievo) una volta che le avete già presenti nel vostro wallet.

Per maggiori informazioni su Coinbase clicca qui.

Comprare bitcoin con PayPal usando Cox.io: NO

Qualcuno ha segnato Cox.io come possibilità per comprare bitcoin con PayPal: siamo andati a controllare e purtroppo sembra che il metodo di pagamento PayPal NON sia in realtà presente. Per provarlo abbiamo controllato registrandoci nel sito, ed andando a provare un deposito, cosa che è possibile (come potete vedere) solo con carta di credito/debito, bonifico, Skrill, ePay e Advcash.

Bisogna pertanto, in questo caso, guardare altrove.

Altre possibili alternative sono elencate di seguito.

Comprare bitcoin con PayPal usando Paxful: OK (ma con attenzione)

Il servizio che vedremo in questa sede permette di acquistare BTC pagando con Paypal, cosa che normalmente non sarebbe possibile ma che questo servizio (Paxful) rende possibile.

Che cos’è Paxful

Si tratta di un sito che mette a disposizione un vero e proprio “mercatino” (tipo Ebay) di compra-vendita BTC, soggetto a regole per la verifica delle identità dei partecipanti, con un sistema antitruffa al suo interno e con la possibilità di acquistare criptovaluta con PayPal, buoni Amazon (scopri come ottenerli gratis), carte di credito, buoni regalo e così via.

Paxful è una realtà delle criptovalute (ed in particolare bitcoin) fondata da Artur Schaback nel 2015, che ha conosciuto un vero e proprio boom a cavallo tra il 2019 ed il 2020, periodo in cui il suo fatturato è aumentato del 350% (fonte).

Come pagare su Paxful

Paxful permette alle persone di comprare online bitcoin sfruttando vari metodi di pagamento, ovvero:

  • bonifico bancario
  • skrill
  • postepay
  • airpay
  • assegno
  • vari tipi di carte regalo
  • mobilepay
  • altre criptovalute (es. ETH)
  • western union
  • … e naturalmente Paypa!

Per comprare BTC con PayPal, in pratica ci rivolgeremo a Paxful per trovare venditori che accetteranno questo metodo di pagamento, filtrandoli da una lista in cui – in modo abbastanza simile al funzionamento di un servizio analogo come Localbitcoins – è possibile vedere la reputazione di ogni venditore, i prezzi, i minimali/massimali di acquisto (cioè quanto potete acquistare minimo e massimo, ad esempio da 30 a 70€ alla volta). Bisogna comunque fare attenzione a due cose, se ci rivolgiamo ad una di queste possibilità:

  1. seguire scrupolosamente le indicazioni di pagamento ufficiali del sito
  2. evitare di aggirare le regole per assecondare alcuni venditori un po’ furbetti che, di fatto, chiederanno ad esempio di pagare con PayPal con il metodo “familiari ed amici”, cosa che garantisce loro che prenderanno i soldi senza che PayPal possa risolvere alcuna controversia futura (i soldi inviati così sono persi per sempre, come avevamo spiegato tempo fa)

Ecco un esempio di schermata tratta da Paxful, in cui possiamo cercare venditori di BTC che accettano pagamenti con il metodo che vogliamo noi (Paypal, bonifici, altri wallet, carte regalo, eventualmente anche contanti, carte di credito ecc.)

Come registrarsi a Paxful

Come prima cosa dovrete registrarvi su Paxful, partendo dal sito ufficiale:

Paxful.com

e fornendo un indirizzo email valido. Confermatelo (cliccando sul link che vi manderanno via email), e subito dopo entrate nel sito ed andate nella sezione dedicata alla verifica dell’account. Vi conviene fare subito la verifica, perchè in questo modo sbloccherete subito tutti i servizi ed avrete le “mani” più libere per fare quello che desiderate con il sito, che peraltro offre anche un’app ufficiale (che fa anche da wallet) da installare nel telefono molto comoda, ed un bot Telegram che vi aggiorna in tempo reale di tutti i movimenti del vostro conto.

La verifica di un account Paxful richiede l’upload di un vostro documento di identità come ad esempio:

  1. carta di identità;
  2. patente di guida;
  3. passaporto.

Cosa significa escrow

Nel gergo di Paxful, un escrow è un acconto di garanzia: la funzione di deposito a garanzia di Paxful serve a garantire un’esperienza di commercio equo per entrambe le parti che effettuano lo scambio (chi compra bitcoin e chi li vende) Quando ha inizio uno scambio, il bitcoin dal portafoglio del venditore viene automaticamente spostato in un conto di deposito temporaneo (deposito a garanzia) dove verrà trattenuto fino al completamento della transazione.

Limiti sull’account Paxful

Paxful è un’app gratuita e permette di effettuare lo scambio (acquisto e vendita) di criptovaluta, sulla falsariga di altri mercati come Localbitcoins; ovviamente anche qui ci sono dei limiti di uso. Il limite di scambio, quando ho creato l’account di prova (senza fare la verifica dell’identità, quindi lasciando solo emaile  numero di telefono e confermando entrambi) era di 844€ : per superare questo limite dovrete per forza confermare la vostra identità con un documento di identità in corso di validità.

Bisogna fare una foto al documento e mandare la scansione al sito, che provvederà a far confermare il vostro account e rimuovere il blocco. In genere se effettui la verifica su Paxful, i fornitori potranno offrirti affari migliori!

Attenzione alle truffe

Lo ripetiamo ancora una volta: a quanto pare i rischi non mancano nemmeno qui: alcuni truffatori cercheranno di convincerti a fare scambi al di fuori di Paxful (sia del sito che dell’app). Chiederanno i tuoi dati di contatto e cercheranno di mettersi in contatto con te al di fuori del marketplace, ma non devi farlo: infatti, se accetti di fare trading al di fuori della piattaforma, perderai la garanzia di escrow.

Quindi massima attenzione e, almeno le prime volte, evitate in genere di utilizzare queste piattaforme investendo soldi che vi servono per generi di prima necessità o che non potete permettervi di perdere.

Comprare bitcoin con PayPal usando Localbitcoins OK (ma con attenzione)

Una seconda alternativa all’acquisto di criptovalute usando PayPal è certamente Localbitcoins, uno dei più vasti mercati del settore, che presenta anche qui un’interfaccia in italiano. Molto semplice e veloce da usare, si basa in questo caso sul trust, cioè sulla fiducia negli altri utenti, fiducia che viene dedotta dal numero di transazioni di acquisto effettuate con successo e “certificate” in passato.

Per maggior informazioni potete leggere l’articolo dedicato a Localbitcoins.

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Micro-economia: che cos’è e a cosa serve

Il campo di studio della microeconomia riguarda lo studio approfondito dei singoli agenti economici, e possiede di per sè un campo di applicabilità molto vasto. Può ad esempio, in teoria, contribuire alle scelte in ambito politico relativamente a problemi complessi (ad esempio il cambiamento climatico), prevenire o calmierare eventuali scelte sbagliate e così via.

Ad esempio esistono opportune analisi microeconomiche che sono in grado di valutare l’emissione di gas serra, contestualizzandola all’economia e contribuendo alla valutazione dei prezzi delle materie prime, evitando di sotto o sovra-stimarli. Cosa che la politica, poi, non sempre ha fatto (e l’abbiamo visto in questi anni), ma sarebbe opportuno ricordare che è pur sempre possibile aggrapparsi a quest’ancora per migliorare il mondo in cui viviamo, sperabilmente.

L’economia di per sè è la scienza che si occupa dell’allocazione di risorse limitate per soddisfare determinate richieste, teoricamente senza limiti. Tutti i beni e servizi che gli individui desiderano come prodotti tecnologici, cibo, vestiti e qualsiasi altra cosa che possa migliorare la qualità della vita è soggetta a questo genere di attività. Ovviamente per produrre beni e servizi abbiamo bisogno di risorse, che sono di per sè limitate ed hanno un costo: il lavoro, ad esempio, le attività gestionali o manageriali e così via. La scarsità di risorse, in questo ambito, significa che siamo vincolati nelle scelte che possiamo fare sui beni e servizi che produciamo, e quindi anche su quali desideri (per dirla in modo generale) alla fine l’economia sarà in grado di soddisfare.

Indipendentemente dal sistema di mercato specifico di ogni contesto, ogni società moderna dovrebbe poter rispondere a queste domande:

  • Quali beni e servizi verranno prodotti, e in quali quantità?
  • Chi produrrà i beni ei servizi, e come?
  • Chi riceverà i beni ei servizi?

L’analisi microeconomica tenta di rispondere a queste domande, studiando la comportamento delle singole unità economiche. Rispondendo alle domande su come i consumatori e i produttori si comportano, la microeconomia ci aiuta a capire i pezzi che collettivamente costituiscono un modello di un’intera economia. L’analisi microeconomica fornisce anche la base per esaminare il ruolo del governo nell’economia e gli effetti delle azioni che potrebbe intraprendere volta per volta.

Foto di 200 Degrees da Pixabay 

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Come proteggere le carte di credito dai campi magnetici

La smagnetizzazione di una carta di credito è molto comune e sembra rientrare nelle casistiche più diffuse: si avvicina troppo la propria carta ad un magnete e, al successivo prelievo, ci accorgiamo che qualcosa non quadra, ovvero che la carta ha smesso di funzionare o l’ATM da’ errore. Non ci sono dubbi che questa circostanza sia molto diffusa: soprattutto prima dell’introduzione delle carte di credito con microchip e banda magnetica il problema era particolarmente sentito, mentre ad oggi è un discorso altrettanto importante ma, se vogliamo, ridimensionato. Vediamo nel dettaglio come funzionano le cose, a questo punto, e proveremo così a dare una risposta precisa alla domanda del titolo.

Le carte di credito contengono una tecnologia che consente di comunicare le informazioni personali associate alla carta stessa, in modo da poter effettuare acquisti e prelievi. Questa operazione era affidata esclusivamente ad una banda magnetica fino a qualche tempo fa, mentre oggi ci sono le carte di credito, di debito e prepagate a microchip e banda magnetica. I dati memorizzati sulla banda magnetica della tua carta di credito contengono il tuo nome, l’eventuale IBAN associato alla carta e la data di scadenza, così come dati personali come il plafond della carta, la disponibilità, il numero  e le informazioni sull’utilizzo della carta. La striscia include anche un PIN crittografato, il codice del paese di provenienza e le informazioni sulla valuta supportata (EUR, USD, …). La striscia magnetica sul retro della carta è sensibile, in questi termini, in quanto può consumarsi ogni volta che la usi per un prelievo o per effettuare un acquisto. In teoria potrebbe subire danni se esposto a un magnete per un periodo di tempo prolungato.

Perchè le carte di credito si smagnetizzano? Alcuni tipi di magneti contenuti nei dispositivi o in determinati luoghi potrebbero, in teoria, cancellare o compromettere le informazioni sulla carta, per quanto poi l’effetto dipenda da una varietà di fattori, tra cui la durata dell’esposizione e la distanza dalla carta. Più a lungo una carta è esposta ad un magnete, infatti, con una distanza di qualche CM o meno, più è plausibile che il magnete possa smagnetizzare la banda nera sul retro. Per fortuna, soprattutto con le carte più moderne, sono in genere essere necessarie più contatti a lungo termine con un magnete per causare danni.

Cosa smagnetizza le carte di credito? Esistono particolari oggetti come fermasoldi o portacarte che, in teoria, possono smagnetizzare la carta di credito se posti a loro contatto, soprattutto molto ravvicinato e prolungato nel tempo. Sarebbe pertanto opportuno fare delle valutazione sull’opportunità di non tenere vicini questi due oggetti, e di usare i fermasoldi soltanto per i contanti e non per le carte.

Gli smartphone, d’altra parte, possono contenere dei piccoli magneti all’interno, e l’uso di adeguate protezioni e gusci può permette al magnete stesso di non provocare danni del genere. In generale, è meglio conservare le tue carte in un portafoglio che fornisca una certa protezione dalla smagnetizzazione (vedi qui). È anche buona norma posizionare le strisce magnetiche delle carte lontano da eventuali magneti che potrebbero trovarsi in altri oggetti di uso quotidiano.

In conclusione, è possibile evitare da principio problemi di questo tipo facendo uso di carte di credito virtuali.

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Che cosa cambia tra VISA e VISA Electron?

Bisogna premettere alla risposta a questa domanda il fatto che VISA è un circuito bancario che NON emette direttamente le carte: più precisamente si tratta di una joint venture, in grado di emettere carte di debito e credito che vanno sotto il marchio internazionale V Pay. Al momento in cui scriviamo la VISA detiene e gestisce circa la metà delle transazioni mondiali (51%), a differenza di Mastercard che – per la cronaca – invece ne gestisce un terzo circa (33%).

VISA e VISA Electron sono pertanto due tipologie di servizi bancari che afferiscono sempre a VISA, che in Italia sono carte emesse da Nexi e altri istituti come ad esempio Findomestic e BNL.

VISA Electron è una carta di credito o debito?

VISA Electron e VISA sono due circuiti di carte di credito e di debito afferenti sempre a VISA, ma con caratteristiche leggermente diverse. Quali sono queste differenze?

VISA Electron è in genere associato alle carte di debito o alle carte prepagate, mentre il circuito VISA riguarda le carte di credito.

Possono entrambe funzionare per il prelievo da ATM e bancomat, ammesso che siano convenzionate con gli stessi.

Foto di Firmbee da Pixabay

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BrickEconomy: come regolamentare il mercato dei mattoncini LEGO

Alla dicitura “mercato del mattone” utilizzata come sinonimo di “mercato immobiliare” siamo abituati un po’ tutti, ma forse ben pochi sanno che esiste anche un “mercato dei mattoncini”, quelli LEGO, che contraddistingue la valutazione e lo scambio dei set della celebre casa di giocattoli danese nel mercato dei collezionisti. Per razionalizzare i prezzi delle confezioni di mattoncini ritirati dal commercio, che fanno gola ai tanti collezionisti sparsi per il mondo, alcuni collezionisti dei prodotti LEGO hanno deciso di mettere online un sito internet denominato BrickEconomy dove, quasi come se fosse una vera e propria borsa valori, vengono fissati i valori dei mattoncini più amati dai bambini (e non solo). 

Cos’è BrickEconomy?

Per capire cosa sia BrickEconomy la risposta ci viene data sul sito internet stesso:

Il problema principale per i collezionisti ed investitori dei prodotti LEGO è quello di provare a determinare accuratamente il valore attuale di un determinato set o personaggi (minifigures). Esistono molti mercati eterogenei che comprano e rivendono confezioni di LEGO ritirate dal commercio che rendono difficile ottenere una comprensione accurata della crescita potenziale del valore. E’ qui che entra in gioco BrickEconomy. BrickEconomy è un sito globale dedicato ad esaminare il mercato secondario dei prodotti LEGO e determinare il valore corrente e quello atteso sia dei set che delle minifigures. BrickEconomy analizza i dati e aiuta gli investitori a capire realmente il valore dei loro investimenti. BrickEconomy (“mattoncino” + “economia”) è l’economia dell’investimento sui prodotti LEGO. (traduzione dal sito internet BrickEconomy.com)

Per stabilire i valori dei singoli set LEGO i gestori del sito – i quali, restando anonimi (il che fa pensare che probabilmente dietro ad essi ci sia la LEGO stessa),  dichiarano di essere esperti di economia e raccolta e gestione dati per le aziende – si sono affidati ad avanzati software di gestione dei flussi economici-finanziari che tramite calcoli statistici e un massiccio utilizzo del machine learning, sono in grado di restituire agli investitori il prezzo di mercato dei set che vogliono acquistare sul mercato dei collezionisti. Tutto ciò avviene incrociando i dati dei vari market place online che vendono set LEGO usati, dai quali viene estrapolato il prezzo medio, la tendenza di vendite in base alle richieste, la disponibilità sul mercato. Tutti questi fattori daranno vita al prezzo consigliato della confezione che, ovviamente, trattandosi di prodotti da collezione, il proprietario può decidere se rispettare o di rivedere al rialzo o al ribasso in base alla contrattazione che andrà ad effettuare. Il fine del sito in fondo non è quello di fissare il prezzo giusto per ogni set ma, quantomeno, quello di porre fine alla Babele di valutazioni discordanti che negli anni si sono verificate. Così facendo il valore dei set verrà appiattito su quotazioni attendibili e fissate con criteri scientifici, in modo tale da limitare sia le speculazioni dei collezionisti più esperti che la “vendita alla cieca” da parte di coloro che, ignari delle reali quotazioni di mercato dei LEGO, vogliono sbarazzarsi senza troppi pensieri di vecchie scatole di mattoncini che reputano essere solo un giocattolo ormai inutile, mettendoli in vendita a prezzi irrisori.

Foto di M W da Pixabay

All’interno del sito è possibile cercare ogni singolo set prodotto dal colosso danese dei giocattoli dal 1949 ad oggi e conoscerne il suo attuale valore di mercato. Ovviamente scopriamo che sul mercato non sembrano essere reperibili confezioni relative ai primissimi anni di attività dell’azienda mentre, man mano che ci avviciniamo ai nostri giorni, sempre più set ormai ritirati dal mercato sono disponibili per essere acquistati nei siti frequentati dai collezionisti.

Un’altra sezione del sito avvisa anche su quale siano i set in via di imminente ritiro dal mercato, in modo da invogliare i collezionisti ad acquistarli nei negozi prima che questi siano disponibili solo nel mercato dell’usato. Ma il collezionista potrebbe anche optare di non comprare una confezione nuova di LEGO aspettando proprio che questa venga ritirata dagli scaffali per accaparrarsela appena verrà reimmessa nel mercato dell’usato dove, probabilmente, dato il recente ritiro, potrebbe accaparrarsela anche ad un prezzo inferiore a quello di vendita perchè, si sa, generalmente devono passare diversi anni affinchè un prodotto da collezione guadagni di valore.

Ovviamente non può mancare una sezione del sito interamente dedicata ai nuovi prodotti LEGO attualmente disponibili nei negozi.

Va da sé che il prezzo del nostro set varierà in base alle condizioni generali della confezione, toccando la valutazione più alta per un pezzo pari al nuovo e via via decrescendo in base allo stato di usura e conservazione. Anche in questo caso, comunque, il sito mette a disposizione gli strumenti necessari per valutare i set in base allo stato di conservazione.

Quello che manca, a nostro avviso, è una sezione in cui i prodotti siano elencati  in ordine di prezzo anche se, effettivamente, qualora tale sezione fosse presente, parrebbe essere più utile ai curiosi che ai collezionisti.

Alcuni prezzi

Curiosando nel sito – impossibile da visitare per intero in poche ore, essendoci catalogati migliaia di set prodotti in oltre 70 anni di attività della LEGO – ci siamo imbattuti in alcuni set davvero interessanti.

Sono del 1955, ad esempio, i primi set valutabili poichè disponibili sul mercato dell’usato e fa specie pensare come set del valore di vendita di pochi euro attuali, abbiano raggiunto quotazioni di diverse centinaia di euro (qui il link alla pagina dedicata ai prodotti del 1955)

E’ del 1958 la riproduzione del Maggiolino Volkswagen scala 1:67 (in un pezzo unico non smontabile) che aveva un prezzo di vendita di 0,75 centesimi di euro (tutti i prezzi sono convertiti da quello in dollari) ed ora è valutato ben 1.034,18 euro.

Andando al 1964 troviamo, tra gli altri, una confezione di Cowboy con Pony composta da 87 pezzi che, a fronte di un prezzo di vendita di appena 0,86 centesimi ora vale 314,06 euro.

Il 1966 è l’anno della svolta per la LEGO che inizia a produrre set con dei piccoli motori elettrici a 4,5volt in grado di spingere le creazioni costruite con i mattoncini inclusi nella confezione. Il mitico set del Treno Motorizzato che all’epoca costava 14,95 euro ora, se custodito in condizioni pari al nuovo, è vendibile a 2.628,43 euro.

Nel 1969 vede la luce la linea di mattoncini Duplo, con pezzi più grandi rispetto al solito e rivolta ai bambini più piccoli. Il primo set della serie, chiamato Duplo Building Set, ha un prezzo stimato di  265,36 euro a fronte di un costo iniziale di 2,42 euro.

Nel 1977 vengono lanciati i primi 6 set della serie Technic, rivolta ad un pubblico di adolescenti. I set di questa prima serie hanno un valore stimato intorno ai 500 euro cadauna.

L’anno dopo è la volta della linea Space che negli anni verrà rivista e corretta ma mai abbandonata, e la relativa Astronave da Crociera è ora valutata 1.521,56 euro.

Una delle serie più fortunate ed iconiche dell’intera produzione LEGO è quella della linea Castle. Il mitico Castello del Re (di cui chi vi scrive è fortunato possessore anche se, purtroppo, senza la confezione originale) è valutato 2.192,43 euro.

Infine, è interessante notare come anche set risalenti al 1995, appena 25 anni fa, un’epoca abbastanza recente per il collezionismo in generale, abbiano visto il loro prezzo lievitare in maniera enorme: è il caso della Unitron Space Station Zenon, venduta all’epoca ad appena 35 euro e che ra ne vale ben 579,78.

 

 

 

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Spyware e keylogger: cosa rischi con la tua carta di credito

L’ambito relativo agli spyware, ai virus per smartphone e PC, ai ransomware che sono recentemente finiti all’attenzione delle cronache col caso della Regione Lazio ed ai keylogger, è certamente più ampio di quanto potrebbe sembrare a prima vista e non riguarda certamente solo il mondo delle carte di credito. Riguarda pero’ buona parte di questo ambito, dato che sono sempre più diffusi e frequenti i casi di clonazione delle carte: un giro d’affari che secondo un rapporto FBI frutta almeno 80.000 dollari negli ultimi due anni (solo negli USA).

Spyware e keylogger sono software pericolosi che sono in grado di infiltrarsi nei nostri computer, dove il vettore d’attacco è di solito una email o un SMS contraffatto, con un link al suo interno che è in grado di prendere il controllo del dispositivo. Il keylogger “spia” quello che digitiamo ed è in grado, almeno in teoria, di spiarci mentre digitiamo il numero della carta o il PIN di sblocco della transazione, ed in questo modo potrà clonarci la carta trasmettendo i dati al malintenzionato. Al tempo stesso anche lo spyware è un tipo di virus che può operare in modo molto simile. In questi casi ormai da anni i truffatori possono servirsi di questi strumenti per carpire informazioni riservate relative al possessore del computer o dello smartphone vittima, relativamente a dati personali come PIN, password, numero della carta, data di scadenza e CVC.

Per venire incontro a queste esigenze le principali carte di credito, di debito e prepagate di qualsiasi istituto di credito o finanziario ha realizzato app sempre più versatili e sicure, pensate per la sicurezza e per “limitare i danni” in caso di problemi.

Foto di B_A da Pixabay

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