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Euro digitale: parte la sperimentazione

Ultimamente si fa un gran parlare di moneta digitale e tutti gli esperti del settore ne stanno studiando pregi e difetti per verificarne un possibile reale utilizzo nell’economia di tutti i giorni – quella, per capirci, che si riferisce ai nostri pagamenti al bar o dal fruttivendolo – e non solo quella speculativa in cui gli investitori giocano a prevedere i picchi di valutazione delle monete virtuali nella speranza di incassare il più possibile. La domanda se la sono posta anche dalle parti della BCE (Banca Centrale Europea) che, dopo un periodo di attento studio del fenomeno, ha deciso di lanciare un programma di analisi biennale che ha come fine studiare l’impatto che potrebbe avere un euro digitale sui mercati europei e quali caratteristiche tecnologiche gli sarebbero più appropriate.

Euro digitale vs Euro reale

L’Euro, la moneta in uso nei confini della Comunità Europea sin dal 2002, è una delle valute più forti e stabili del pianeta. Grazie alla puntigliosa regolamentazione cui è soggetta e all’onnipresente controllo della BCE, è riuscita a superare meglio di altre monete l’impatto con le crisi economiche più devastanti degli ultimi 20 anni (bolla dei sub-prime, crisi da pandemia di Covid-19) e – nonostante gli innegabili difetti – è il più grande veicolo di promozione e salvaguardia economica dell’intera Comunità Europea.

Partendo da questo presupposto, può sembrare quindi strano che la BCE stia concentrando risorse ed energie nello studiare un formato digitale dell’Euro, essendo le criptovalute monete cui manca la caratteristica principale dell’Euro stesso: la stabilità.

Foto di DANIEL DIAZ da Pixabay

Da quanto trapela sembra proprio che l’idea di Christine Lagarde, presidente della BCE, e dei vertici delle istituzioni economiche europee sia proprio quella di progettare una valuta digitale stabile sui mercati e, di riflesso, utilizzabile da qualunque utente anche nelle operazioni di transazione economico-finanziarie quotidiane più banali.

Stabilizzare una moneta virtuale

La vera scommessa che la BCE si propone di vincere è quella di riuscire a stabilizzare una moneta virtuale. Infatti le criptovalute, non essendo ancorate al sistema di “pesi e contrappesi” tipico delle monete tradizionali, vivono periodi di vertiginosa ascesa alternati ad altri di crollo repentino nelle valutazioni, risultando molto suscettibile agli umori del momento (pochi mesi fa, ad esempio, con un semplice Tweet, il miliardario Elon Musk fece sprofondare in poche ore il valore dei Bitcoin) e quindi poco affidabili per legare ad esse l’andamento economico di una nazione. Non è un caso se, infatti, le criptovalute, al momento, abbiano per lo più due soli utilizzi pratici: il pagamento di beni o prestazioni illegali e la speculazione finanziaria.

Per stabilizzare una moneta virtuale serve quindi un insieme di regole cui queste devono sottostare, esattamente come avviene per le monete tradizionali che gravitano nei circuiti di borsa. Devono in oltre essere previsti dei meccanismi di blocco delle contrattazioni in coincidenza con elevati picchi di rialzo o di ribasso ed essere ancorate in qualche modo all’economia reale (e legale).

L’obiettivo della BCE

La Lagarde, conscia delle problematiche legate alle criptovalute, ha affermato che ora è il momento di intraprendere un cammino di profonda analisi del fenomeno che duri due anni. Dopodiché, in base ai risultati ottenuti, si discuterà insieme alle autorità economico-finanziarie della Comunità se e quando immettere nei mercati l’Euro digitale, fermo restando che essa dovrà incondizionatamente garantire:

  • Stabilità economica e monetaria;
  • Essere particolarmente difficile da utilizzare per compiere transazioni illecite;
  • Essere utilizzabile per tutte le transazioni eseguibili con moneta tradizionale;
  • Integrare ma non sostituire la moneta contante.

In particolare, negli studi preliminari già esaminati dalla BCE i quali hanno determinato il parere favorevole a questa nuova fase biennale di indagine, tramite sondaggi condotti con professionisti e semplici utenti, si sono analizzate quattro aree sensibili dove una moneta digitale potrebbe avere delle criticità:

  • Libro mastro digitale dell’Euro;
  • Privacy e antiriciclaggio;
  • Limiti nella circolazione digitale dell’Euro;
  • Eccesso dell’utente alla moneta in situazione di impossibilità di connessione alla rete internet e il relativo studio di dispositivi appropriati dedicati.

Tutti gli studi effettuati al proposito hanno al momento dato risultati soddisfacenti e non sembrerebbero esserci ostacoli insormontabili per implementare le caratteristiche richieste ad un ipotetico Euro digitale.

Per quanto riguarda la tecnologia da utilizzare per rendere univoci e inalterabili le transazioni, sia il meccanismo proprietario della Comunità Europea denominato Eurosystem Target Instant Payment Settlement (Tips) che la tecnologia della blockchain, generalmente utilizzata nelle criptovalute in circolazione, si sono dimostrate sufficientemente affidabili, prestanti e sicure per impiantarvi l’architettura digitale necessaria al funzionamento della nuova valuta digitale.

Ora bisognerà attendere questi ulteriori due anni di analisi e riflessione, dopodiché la BCE prenderà la decisione definitiva che, siamo sicuri, non influenzerà solo l’ipotetico destino digitale dell’Euro ma anche il futuro di tutte le criptovalute in generale.

 

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Diritti d’Autore: cosa sono e quanto si guadagna con essi

La genesi delle normative inerenti il Diritto d’Autore ha radici ben più lontane nel passato di quanto possiamo immaginare. Di fatto il concetto viene introdotto un po’ in tutt’Europa dopo che la stampa a caratteri mobili inizia ad espandersi (dal XVI° secolo in poi) e ora è legalmente riconosciuto in quasi tutti gli stati del mondo ed esistono diverse convenzioni internazionali che tutelano il diritto in sede globale. La monetizzazione dei Diritti d’Autore è una delle principali fonti di guadagno degli artisti appartenenti a qualsiasi campo della cultura e il loro valore complessivo ha ormai raggiunto la stratosferica cifra di 10 miliardi di dollari annui. Vediamo in questo articolo cosa sono i Diritti d’Autore e quali sono i meccanismi che permettono di guadagnare grazie ad essi.

Diritti d’Autore: cosa sono?

Il diritto d’autore tutela le opere dell’ingegno di carattere creativo riguardanti le scienze, la letteratura, la musica, le arti figurative, l’architettura, il teatro, la cinematografia, la radiodiffusione e, da ultimo, i programmi per elaboratore e le banche dati, qualunque ne sia il modo o la forma di espressione. (Tratto dall’Enciclopedia Treccani)

Dalla chiara e semplice definizione di cui sopra si evince come per Diritto d’Autore si intenda l’insieme delle normative che tutelano l’opera dell’ingegno umano relativamente alle creazioni artistiche e pubblicazioni scientifiche e tecnologiche, inclusi software e creazioni digitali.

Il titolare dei Diritti d’Autore è colui che ha creato l’opera che può essere, una canzone, un’opera lirica, un libro, una scultura, un quadro, un videogioco e quant’altro sia frutto della creatività dell’uomo. Ovviamente i Diritti d’Autore, pur avendo con essi delle analogie, non coincidono con i brevetti che tutelano invece le invenzioni e i progetti tecnologici.

Ci sono alcuni casi in cui i Diritti d’Autore non appartengono a colui che ha realizzato l’opera da tutelare come ad esempio gli articoli di giornale che sono di proprietà dell’Editore e non del giornalista che li scrive (es.: un articolo scritto da Marco Travaglio viene tutelato non per conto suo ma per quello del giornale per cui scrive) e, seppur possa sembrare strano, i diritti d’autore dei film non sono di proprietà del regista ma del produttore (es.: George Lucas ha curato la regia di solo quattro film della serie di Guerre Stellari – episodi I, II, III e IV – ma ha prodotto i primi sei episodi della serie di cui, quindi, detiene i Diritti d’Autore e, allo stesso modo, non è stato regista di nessun episodio della saga di Indiana Jones ma li ha prodotti tutti).

Alla base del Diritto D’Autore semplice, vi è il concetto di Diritto Morale D’Autore che è il potere inalienabile dell’autore di rivendicare la paternità della sua opera, di essere identificato come autore ogni qual volta terzi la utilizzino, di rivalersi sugli usi impropri e di disconoscere i falsi. In alcuni casi il Diritto Morale d’Autore può essere disconosciuto ma deve essere fatto in maniera scritta ed esplicita ed è questo il caso dei Ghostwriter che spesso scrivono di sana pianta romanzi o sceneggiature di film che però verranno pubblicati e tutelati sotto il nome di altri (es.: scrittori particolarmente affermati e prolifici di cui vengono pubblicati anche 4 o 5 romanzi all’anno, in realtà, scrivono per lo più delle striminzite bozze dei loro nuovi romanzi dalle quali i ghostwriters al suo servizio andranno a ricavare l’intero libro. Ovviamente questi scrittori non vogliono che tale procedimento venga reso manifesto – proprio per questo non possiamo fare i nomi di coloro di cui “sospettiamo” – e, sono pochi coloro che ammettono di farne ricorso. In ogni caso, quando vi accorgete che uno scrittore pubblica più di due romanzi all’anno, beh, diffidate, perchè sicuramente dietro alla sua firma c’è la penna di qualcun altro che, a volte, scrive anche meglio di lui).

I diritti d’autore, in Europa e in quasi tutti gli stati occidentali, sono tutelati e remunerati per tutta la vita dell’autore e fino a settanta anni dopo la morte dello stesso, periodo questo in cui gli introiti verranno incassati dagli eredi. Passato detto lasso di tempo le opere diventano di pubblico dominio e tutti potranno usufruirne gratuitamente e liberamente. Resta sempre salvo il Diritto Morale D’Autore per cui nessuno potrà arrogarsi la paternità di un’opera di pubblico dominio che verrà sempre riconosciuta all’autore originale ormai defunto.

Quanto si guadagna con i Diritti d’Autore?

Innanzitutto partiamo dal tracciare la differenza tra due termini che spesso vengono confusi e ritenuti sinonimo ma che, nella realtà, sono due cose diverse e separate: royalties e diritti d’autore.

Le royalties sono gli introiti diretti della vendita della propria opera dell’intelletto: se un musicista pubblica un album di suoi brani, contratterà con la casa discografica quanto sarà il suo guadagno per ogni singola copia venduta o altro riferimento relativo alla quantità di vendite quale può essere il numero di streaming online ecc.. Il ricavato complessivo delle vendite dirette costituisce l’ammontare delle royalties. Nel prezzo finale del CD però, oltre alle percentuali che toccano all’autore, al produttore, al venditore e alle imposte fiscali (IVA), una parte del costo – che in Italia si aggira intorno al 5% del prezzo finale – è destinata alle agenzia intermediarie (quella operante in Italia si chiama SIAE, Società Italiana degli Autori e degli Editori) che si occupano della tutela dei Diritti d’Autore. Il sistema italiano, analogamente a quello degli altri stati membri della Comunità Europea, prevede che la SIAE provvederà poi a girare all’autore buona parte dell’introito incassato dalle vendite, trattenendo per sè una piccola parte che consente all’istituto di sopravvivere, mentre un’altra piccola parte confluirà in un Fondo di Solidarietà per gli artisti particolarmente meritevoli che necessitino di un aiuto economico (il Fondo sembra essere sospeso dal 2020).

Capito questo concetto risulta chiaro come per alcuni brani musicali le royalties vadano pagate ad un artista e i diritti d’autore ad un altro. Prendiamo il caso della canzone Knockin’ On Heaven’s Door scritto da Bob Dylan ma ripubblicato nel 1991 in una celeberrima cover dai Guns ‘n’ Roses: in questo caso le royalties dell’album Use Your Illusion II dei Guns ‘n’ Roses in cui è contenuta la cover del brano saranno incassate dal gruppo di Axl e Slash, mentre i diritti d’autore verranno incassati da Bob Dylan che scrisse testo e musiche nel 1973 per la colonna sonora del film Pat Garrett e Billy the Kid.

Ovviamente i Diritti d’Autore (e non le royalties in questo caso) saranno dovuti anche quando terze parti utilizzeranno opere altrui nei loro spettacoli o opere artistiche di varia natura:

  • ogni qual volta un gruppo musicale esegue un brano di un altro musicista/compositore/band;
  • quando un brano viene inserito all’interno della colonna sonora di un film, musical, spot televisivo e quant’altro;
  • quando un brano verrà diffuso via radio, TV, o servizio internet;
  • quando un brano di un testo scritto verrà riportato in un altro libro o recitato in un film, commedia, musical e quant’altro;
  • quando video e/o immagini verrano montati in un collage, videoclip, medlay e situazioni simili
  • ogni qual volta un’opera dell’ingegno o parte di essa verrà riprodotta a scopo di lucro.

Tali e tante sono le variabili che sottostanno al meccanismo dei diritti d’autore che è praticamente impossibile quantificare a priori quanto un brano, un libro, un software e quant’altro possano farci guadagnare. Se prendiamo ad esempio una canzone, con essa si guadagna in diritti d’autore dalla vendita del CD o altro supporto fisico, dalle esecuzioni dal vivo del brano effettuate dallo stesso autore, dalle cover, dalle diffusioni radiofoniche, dai download dagli store digitali, dallo streaming su piattaforme tipo Youtube e dall’inserimento del brano in colonne sonore di opere della natura più varia. Una cosa sola è certa: per fare tanti soldi con i soli Diritti d’Autore è necessario fare tante, ma proprio tante, vendite e, in ogni caso, le royalties garantiscono molti più soldi dei Diritti. Ma, a meno che non vi chiamate Pink Floyd e pubblichiate un album che si chiami The Dark Side fo the Moon, il grosso della monetizzazione delle royalties avviene praticamente a ridosso della pubblicazione del nostro lavoro (brano musicale, libro o altro) o, al più, nei mesi immediatamente successivi ad essa, i Diritti d’Autore verranno riscossi vita natural durante e potranno vivere dei momenti di inaspettati picchi di incassi per i motivi più svariati: pensate al brano Un’Estate Italiana, scritto da Giorgio Moroder in occasione dei Mondiali di Calcio in Italia del 1990 (con testo italiano a cura di Gianna Nannini e Edoardo Bennato), dopo essere stato un tormentone discografico nell’anno dei Mondiali in cui vendette milioni di copie, è praticamente scomparso per 31 anni fino a tornare ad essere un brano ascoltato in ogni dove e in ogni momento dopo la recente vittoria dell’Italia al Campionato Europeo. Moroder, Nannini e Bennato ringraziano la nazionale italiana perchè il saldo che la SIAE riconoscerà loro a fine anno avrà qualche “zero” in più.

Sfatiamo un mito

Spesso si legge o si sente dire che la SIAE esista solo in Italia: Bufala!

Ovviamente nelle altre nazioni ha altri nomi, costi e caratteristiche ma in quasi ogni nazione esiste un ente simile per funzioni e attività alla SIAE che tutela gli autori e gli editori e fa da tramite tra coloro che producono arte e coloro che la eseguono, trasmettono e utilizzano in ogni modo.

Sebbene ad alcuni il concetto di dover pagare una tassa sulla sua arte (per ogni brano, libro, film ecc. di cui si richiede la tutela, l’autore deve infatti pagare un contributo), in realtà il ruolo di queste agenzie è importantissimo per gli autori stessi che altrimenti non vedrebbero quasi mai riconosciuti i loro diritti per l’impossibilità di essere ubiqui e onniscienti. La SIAE e gli altri enti simili, invece, con il meccanismo della consegna del borderò alla fine di ogni spettacolo (un documento in cui l’esecutore elenca i brani eseguiti e gli autori degli stessi), possono garantire che buona parte dei Diritti d’Autore vengano incassati dagli aventi diritto e, tramite l’interscambio di dati tra le varie agenzie nazionali, questi verranno riscossi ovunque nel mondo.

Foto di RegioTV da Pixabay

In ogni caso dobbiamo sfatare una “bufala nella bufala” in quanto l’iscrizione alla SIAE per la salvaguardia dei propri diritti non è affatto obbligatoria in quanto esistono altri metodi legali per tutelarne almeno la paternità: basta auto-inviarsi una raccomandata con ricevuta di ritorno (da non aprire mai se non alla presenza del giudice) con all’interno il CD che si è appena registrato per dimostrare in maniera inconfutabile che alla data della missiva quei brani erano stati composti da voi e chiunque pubblichi una canzone simile alla vostra in una data posteriore è passabile di condanna per plagio.

Tornando alla “bufala” di cui abbiamo parlato poco sopra l’unica cosa che c’è di vero è che gli stati soggetti alla Civil Low (Italia, Francia, Germania e Comunità Europea in generale) tutelano il Diritto d’Autore per come lo abbiamo descritto in questo articolo mentre nelle nazioni in cui il sistema legislativo è basato sul principio della Common Low (UK, USA) si tutela il principio del copyright che è leggermente differente… ma di questo parleremo in un articolo dedicato!

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Cosa sono le carte prepagate Amazon?

Uno dei servizi più interessanti che Amazon mette a disposizione dei suoi utenti è sicuramente quello delle carte prepagate, strumenti comodi, flessibili e semplici da utilizzare per effettuare i nostri acquisti sul noto portale di e-commerce. Scopriamo le sue funzionalità e i suoi vantaggi.

Cos’è una prepagata Amazon?

Innanzitutto non facciamoci trarre in inganno poichè, pur essendo spesso denominate “carte prepagate” anche dalla stessa casa madre, queste non hanno il supporto fisico tipico delle normali carte di credito plastificate ma sono semplicemente un codice digitale che, inserito in un account Amazon tramite la voce “aggiungi un buono regalo“, potrà fare spendere al benificiario l’importo relativo al buono. Ovviamente, dato che questo tipo di servizio è utilizzato principalmente come forma di regalo (non è quindi un caso se, come abbiamo visto poc’anzi, la voce da cliccare per poterne usufruire è proprio “aggiungi un buono regalo“), è possibile farlo recapitare al destinatario per posta o darlo personalmente a mano sotto forma di bigliettino di auguri con tanto di dedica e cofanetto. Chi lo possiede può spendere l’importo in esso contenuto solo ed esclusivamente per acquisti da effettuare su Amazon.

Come ottenere una prepagata Amazon.

Ovviamente il modo più logico e naturale per poter acquistare una prepagata Amazon è tramite il portale stesso. Nella barra in alto, sulla sinistra, tra le prime voci vi comparirà “Buoni Regalo”, cliccandoci sù vi apparirà una pagina dalla quale potrete scegliere l’importo del buono (da 0,15 centesimi a 5.000 euro) e le varie personalizzazioni da applicare. Quando avrete selezionato tutto ciò che vi interessa basterà procedere al pagamento e il buono verrà inviato all’indirizzo desiderato.

Screenshot della Home Page di Amazon in cui è cerchiata in arancione ed indicata dalla freccia la voce “Buoni Regalo”.

Ma le prepagate Amazon si possono acquistare anche nelle tabaccherie, ricevitorie e in alcuni supermercati. In base al tipo di esercizio i tagli disponibili potranno essere diversi con proposte commerciali che cambiano nel tempo a base del tipo di ricevitoria, supermercato o altri fattori.

In oltre, è possibile ottenere questo tipo di buoni come premio per aver aderito a determinate promozioni commericali, in seguito all’istallazione di alcune app o dopo aver partecipato a sondaggi ed interviste online. Generalmente queste sono inizative a tempo limitato per cui vi conviene fare attenzione ai vari banner pubblicitari che internet vi propone perchè un giorno o l’altro potrà toccare a voi di essere i fortunati vincitori di un buono Amazon.

Quanto costa e quanto dura.

Il costo delle prepagate Amazon varia in base all’importo scelto ed è uguale a 30 centesimi ogni 10 euro di ricarica (oltre, ovviamente, al prezzo dell’importo ricaricato). Esempi:

  • buono da 10 euro = costo totale 10,30 euro
  • buono da 25 euro = costo totale 25,75 euro
  • buono da 50 euro = costo totale 51,50 euro

La durata del buono sarà invece di 10 anni e potrà essere speso anche in più soluzioni fino all’esaurimento del credito. Ovviamente se l’acquisto che state per effettuare è superiore al buono che avete a disposizione, per pagarlo potrete utilizzare l’intero importo del buono aggiungendo la parte restante dalla carta di pagamento che avete associato al vostro account Amazon.

Perchè usarla?

Ovviamente l’uso principale che si fa delle ricaricabili Amazon è quello del regalo: se dovete/volete fare un regalo ad una persona ma non volete correre il rischio di sbagliarlo, una soluzione simile è l’ideale per rendere tutti felici e contenti! Ma, come avrete notato, nell’articolo abbiamo volutamente utilizzato alternativamente i termini “ricaricabile” e “buono regalo” per riferirci a questo strumento poichè se siete “allergici” al pagamento online tramite carte di pagamento (siano esse di credito o di debito) o tramite il vostro conto bancario, questo metodo vi permette di pagare i vostri acquisti “quasi” in contrassegno (modalità non ammesssa da Amazon) poichè vi basterà recarvi in tabaccheria o in ricevitoria con moneta sonante in mano, acquistare un buono per voi stessi, ricaricarlo nel vostro account e pagare con quei soldi senza utilizzare nessun dato proveniente dalla vostra carta o dal vostro conto.

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Youtube: quanto si guadagna con i video?

Il sito Youtube è uno dei più rivoluzionari nonché il secondo più visitato della rete dopo Google (che ne è proprietaria). Con miliardi di video caricati che, a loro volta, vengono visti da miliardi di utenti, Youtube è diventato anche il “posto di lavoro” di una nuova categoria di imprenditori chiamati Youtuber che arrivano a guadagnare cifre esorbitanti grazie ai video che realizzano e condividono sul portale. Scopriamo quindi come e quanto si può guadagnare caricando i nostri video su Youtube.  

Quanto si guadagna con Youtube?

Ebbene, la risposta è: tanto!

Ovviamente non basterà il trecentomiliardesimo video del vostro gatto che non fa nulla di particolarmente rivoluzionario a farvi diventare milionari, ma con tanta costanza e intuito, se vi soffermate su un argomento particolarmente interessante su cui avete tanto da dire, allora potreste avere anche voi un ricco futuro da Youtuber. Sì, perchè se è vero che Youtube sia una giungla sconfinata piena di video della più variegata natura, è altresì vero che (dati di Youtube alle mani) il 99% delle visualizzazioni viene totalizzato dal 30% dei video e, quindi, per guadagnare qualcosina, bisogna essere bravi a piazzarsi in quel risicato 30%!

Ma ora vediamo quanto è disposta a pagare Youtube per le visualizzazioni dei nostri video.

Se volete guadagnare qualcosa ma in media i video dei vostri gatti collezionano tra le 10 e le 15 visualizzazioni, beh, vi conviene cambiare soggetto: Youtube infatti, in base al pubblico di destinazione dei video, paga dai 50 centesimi ai 2 dollari ogni 1000 visualizzioni e per iniziare a vedere i primi spiccioli bisogna prima collezionare almeno 10.000 visualizzazioni tra tutti i video pubblicati sul nostro canale. Il canale, a sua volta, dovrà essere associato ad un account AdSense autorizzato. Una volta raggiunte le 10.000 visualizzazioni, il team di Youtube analizzarà il vostro canale e si accerterà che i vostri video siano monetizzabili (a questo link, Google spiega quali caratteristiche devono avere i video per poterli monetizzare) e, se l’indagine avrà esito positivo, vi sarà permesso di aderire al programma Partner di Youtube tramite il quale potrete guadagnare grazie alle pubblicità che verranno inserite nei vostri filmati.

Come abbiamo potuto vedere, dunque, l’incasso di introiti tramite Youtube non è né facilmente raggiungibile né particolarmente remunerativo se i nostri video hanno poche visualizzazioni (e molti di voi sanno già bene che racimolare 10.000 visualizzazioni non è affatto semplice).

Come guadagnare (tanto) con i video di Youtube?

Ma com’è possibile che ci siano personaggi che abbiano guadagnato milioni e milioni di dollari in pochissimo tempo con i loro video?

La risposta è implicita nella domanda: con le visualizzazioni! Il problema è riuscire a trovare l’argomento giusto da trattare, nel modo più accattivante possibile, con i termini giusti e riuscendo a capire cosa cerca il pubblico cui vi state rivolgendo.

Non basta conoscere qualsiasi cosa dell’argomento “X” per ottenere in automatico l’attenzione di tutti gli appassionati di “X” altrimenti tutti i più ricchi e seguiti Youtuber sarebbero i professori universitari cui basterebbe condividere le loro lezioni sul web: ma non è affatto così!

Le chiavi del successo di un video sono da ricercare altrove:

  • serve saper comunicare in modo semplice e chiaro, aiutandosi, quando possibile, con grafici, vignette, foto e video che siano accattivanti;
  • bisogna “investire in simpatia“: non sperate di ottenere un seguito globale se nel vostro video parlerete con una voce da “simil-oltetomba” con un’espressione funerea in volto. Non che non ci siano gli utenti cui questo aspetto potrebbe piacere – ci riferiamo ai cultori dell’horror più truce o agli appassionati delle devianze umane che non sono affatto pochi – ma generalmente i video che potrebbero piacere a queste persone, seppur visibili su Youtube (a meno di violenza fisica e/o verbale troppo spinta che ne causerebbe la censura), spesso non sono monetizzabili proprio in virtù dei contenuti e, paradossalmente, potreste ottenere milioni di visualizzazioni senza poter guadagnare un centesimo;
  • condividere i vostri video su tutti i principali social: Facebook, Instagram, Tik Tok, Telegram, tutto fa brodo e ognuno di questi mezzi può regalare una bella spinta in termini di visualizzazioni;
  • non fare “la lotta” ai canali che trattano i vostri stessi argomenti ma cercate alleanze: invitare Youtuber a voi affini o farsi invitare da loro nei rispettivi video, è un ottimo modo per entrambi di allargare la propria cerchia di seguaci. Non dimenticatevi che youtube è gratis e quindi un utente non ha la necessità di scegliere cosa guardare poichè il suo unico limite è il tempo che ha a disposizione da passare su internet: se un utente che non vi conosce vi vedrà ospite su un canale da lui seguito potrà iniziare a seguire anche voi e viceversa con una ricaduta positiva nelle visualizzazioni per entrambi;
  • essere sintetici: seppur abbiate ore e ore di cose da raccontare sull’argomento “X” non potete dimenticare che avete a che fare con un pubblico che ha un livello di attenzione medio molto basso e quindi divagare potrebbe essere deleterio;
  • ci vuole fortuna: beh, quella ci vuole sempre!

Detto ciò, non resta che augurarvi buona fortuna! La via della ricchezza per uno Youtuber non è affatto facile, ma con impegno e ingegno potreste creare un canale che vi garantisca un buon arrotondamento delle entrate, tenendo a mente che per guadagnare 1.000 euro vi occorrerà totalizzare almeno un milione di visualizzazioni…

Per non farvi cadere nello sconforto, in chiusura, vi postiamo il video fatto da uno Youtuber italiano meno di due anni fa quando aveva poco più di 1000 iscritti e circa 30.000 visualizzazioni sul suo canale. Oggi quello stesso Youtuber ha 217.000 iscritti e oltre 30 milioni di visualizzazioni: insomma, se ci credi ce la puoi fare!

 

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Come pagare il parcheggio con lo smartphone

Sempre più spesso accade di trovarci a dover parcheggiare in aree a pagamento senza avere nelle vicinanze un parcometro, un esercizio che venda i biglietti o, più semplicemente, senza avere il tempo di cercarli. Come sta avvenendo sempre più spesso con l’avanzata inarrestabile delle nuove tecnologie, in nostro aiuto sono arrivati gli smartphone e le app installabili su di essi che, in questo caso, sono dei preziosi alleati per evitare di pagare salate ed indigeste multe per una sosta in pieno centro.

Due app che semplificano la vita dell’autista

Per affrontare al meglio i propri viaggi nel caos stradale delle città, in tutti gli appstore sono disponibili due utilissime applicazioni studiate appositamente per agevolare le operazioni di parcheggio e pagamento dello stesso, senza dover perdere tempo a cercare un parcometro o una ricevitoria che venda i biglietti. La prima delle app che andremo a testare si chiama Easy Park, l’altra My Cicero.

Easy Park

L’idea di Easy Park nasce in Svezia nel 2001 come azienda che gestisce 9 parcheggi nella città di Stoccolma ma, rapidamente, si espande, si assesta nei mercati di quasi tutta Europa, Australia e Nuova Zelanda e, grazie alle nuove tecnologie, arriva sui nostri smartphone con una pratica app user friendly utilizzata ormai da più di 7 milioni di utenti.

L’app, associabile a qualsiasi carta ricaricabile – privata o aziendale – e utilizzabile in migliaia di città aderenti al progetto, è in grado di assistere l’utente dal momento in cui entra in macchina fino al suo ritorno a casa, infatti sono molteplici le funzioni che è in grado di compiere:

  • Prima di partire, avviando l’app, si può digitare la meta del nostro viaggio. A questo punto ci guiderà verso la nostra destinazione come uno dei tanti navigatori satellitari disponibili ma, al contrario di questi, Easy Park più che portarci al punto preciso in cui siamo diretti (che comunque sarà indicato sullo schermo), ci guiderà nelle vie limitrofe alla nostra destinazione dove c’è più probabilità di trovare parcheggio. Ecco dunque che le strade nei pressi della nostra meta, in base alla disponibilità di parcheggi, si coloreranno di rosso (poca disponibilità di parcheggi), giallo (discreta possibilità di poter parcheggiare) e verde (alta probabilità di trovare un parcheggio) e per ogni strada verra indicato il tempo di percorrenza a piedi e la distanza che ci separa dall’indirizzo cui siamo diretti;
  • Una volta scelta la strada in cui parcheggiare ed effettuata la manovra di sosta, si può dare via al pagamento della stessa indicando la targa dell’auto e il tempo previsto di permanenza. In automatico sul display comparirà l’importo da pagare che, una volta dato l’ok, verrà prelevato dalla carta di pagamento associata;
  • Ai vigili urbani che si troveranno a controllare la regolarità del parcheggio della nostra autovettura, basterà inquadrare la targa del veicolo con il loro smartphone e gli verrà comunicato l’avvenuto pagamento nonché il tempo di sosta residuo. Per far capire agli agenti del traffico che apparteniamo al circuito Easy Park dovremo esporre sul parabrezza un’apposita etichetta scaricabile dal web e stampabile da casa;
  • Quando il tempo per cui abbiamo pagato la sosta sta per terminare, l’app ci invierà una notifica e nel caso in cui la permanenza debba continuare, ci basterà pagare un ulteriore periodo di sosta dall’app stessa;
  • Se non vogliamo lasciare la nostra auto incustodita a bordo strada, l’app ci consiglierà migliaia di parcheggi a pagamento custoditi convenzionati in cui prenotare anticipatamente la sosta e pagare direttamente dallo smartphone. Anche in questo caso potremo prolungare la permanenza nel parcheggio con pochi semplici tap sullo smartphone.

I costi del servizio sono molto contenuti e variano in base al piano tariffario che sceglieremo:

  • Easy Park Small costa 19, 29 o 39 centesimi di euro per ogni parcheggio in base all’area in cui scegliamo di sostare;
  • Easy Park Large è invece un abbonamento mensile del costo di 2,99 euro (a patto che non si superino gli 8 euro di parcheggio a settimana, oltre questa soglia le soste si pagheranno come se si fosse in tariffa small)

Oltre a queste forme di pagamento destinate agli utenti privati esistono anche dei servizi di abbonamento per le aziende consultabili a questo link.

My Cicero

My Cicero è un’app tutta italiana che racchiude in sé molte delle caratteristiche presenti in Easy Park ma con delle ulteriori funzioni molto pratiche e che ci consentono di ottenere anche un buon risparmio.

  • Funziona associando quasi tutte le carte ricaricabili disponibili sul mercato;
  • Paghi solo i minuti di effettiva durata della sosta. Questa funzione consente di ottenere grossi risparmi in città in cui pagando la sosta con i metodi tradizionali, questa viene tariffata generalmente su costo orario o frazione di ora. Con My Cicero, invece, se sosteremo, ad esempio, per soli 12 minuti, la tariffa oraria verrà frazionata al minuto e quindi moltiplicata per 12. (Esempio: se la tariffa oraria del parcheggio è di 60 centesimi – quindi un centesimo al minuto – sostando per 12 minuti pagheremo solo 12 centesimi);
  • E’ possibile comunicare al sistema la sosta anche con una telefonata o con un sms;
  • Come per Easy Park, anche con My Cicero bisogna stampare un talloncino da affiggere al parabrezza per comunicare agli agenti del traffico che si fa parte di tale circuito;
  • Con My Cicero non solo è possibile pagare la sosta ma si possono acquistare anche i biglietti e gli abbonamenti dei mezzi pubblici locali convenzionati con il servizio. In alcune linee metro convenzionate si può acquistare il titolo di viaggio da My Cicero e poi basta avvicinare il proprio smartphone all’apposito sensore del tornello per farlo aprire e consentirci di viaggiare.
  • Cosa più importante, My Cicero è completamente gratutito e il suo utilizzo non comporta nessuna maggiorazione della tariffa di parcheggio (anzi, come abbiamo visto poco fa, può farci risparmiare molto essendo previsto il pagamento a minuti). Se l’utente necessita di fatturazione, notifiche e altri servizi opzionali avanzati, sono disponibili a pagamento e consultabili a questo link.

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Le migliori app per pagare con lo smartphone

Lo smartphone è ormai diventato un’estensione di noi stessi. Ci consente di avere a portata di mano gli strumenti che più ci servono per comunicare, lavorare, gestire a distanza altri dispositivi elettronici e, ovviamente, pagare. Vediamo quali sono le migliori app che ci consentono di pagare tramite lo smartphone senza dover portare con noi contanti o carte di credito.

ApplePay: un must per i possessori di iPhone

Se siete possessori di un Iphone dalla versione 6 in poi, per voi, sin dal 2014, è disponibile l’app ApplePay. In realtà, più che una vera e propria applicazione è una sorta di estensione attivabile dell’app Wallet, preinstallata nei dispositivi IOS. Basta associare al wallet un carta di pagamento e il gioco è fatto. Quando sarete alla cassa dovrete semplicemente avvicinare lo smartphone al POS (controllate, ovviamente, che questo sia abilitato alla modalità di pagamento in questione, ma vi garantiamo che è disponibile quasi ovunque) e, tramite riconoscimento facciale o impronta digitale, il pagamento verrà autorizzata nel Wallet.

Potrete utilizzare ApplePay anche per i pagamenti online e, anche in questo caso, l’identificazione dell’utente che sta procedendo all’acquisto verrà effettuata tramite riconoscimento facciale o impronta digitale, in modo tale da non dover mai trasmettere i vostri dati a terzi. E’ giusto il caso di ricordare che per utilizzare l’app per pagare con un POS contactless, il vostro dispositivo deve essere dotato della tecnologia NFC (Near Field Communication).

Icona dell’app Apple Pay (tratta dal sito internet di Apple)

GooglePay: l’app di pagamento per i dispositivi Android.

Non tarda ad arrivare la risposta di Android ad ApplePay. Infatti, appena un anno dopo la release dell’app di pagamento di Apple, nel 2015, Android sviluppa e mette a disposizione l’app AndroidPay che nel 2018 verrà rinominata in GooglePay. Per utilizzarla è necessario avere installato sul proprio dispositivo la versione 5.0 di Android o superiore. In questo caso, al contrario di ApplePay, bisogna scaricare fisicamente l’app nel proprio smartphone e poi inserire i dati relativi alla carta di pagamento che si vorrà collegare.

Per pagare basterà sboccare il telefono (lo sblocco varrà dunque come riconoscimento dell’utente) avvicinarlo al POS e, a transazione eseguita, grazie alla tecnologia NFC, vi comparirà una spunta blu sul dispositivo. Il venditore, dal canto suo, a conferma del successo della transazione, riceverà un numero criptato in modo tale che i vostri dati saranno salvaguardati. Un’interessante funzione nativa di GooglePay è che, in caso di pagamento online, autorizzando Chrome, l’app compilerà in automatico tutti i campi dei moduli di pagamento con i vari indirizzi e dati di pagamento che avrete salvato nel browser.

Icona dell’app Google Pay (tratta dal sito internet di Google)

Satispay: l’app che garantisce il cashback dei vostri acquisti.

Interessante è l’app tutta italiana Satispay. Il sistema che ne sta alla base differisce di molto da quelli visti finora in quanto per utilizzare l’app bisogna associarle non una carta di pagamento ma un conto corrente. E’ proprio dal conto reale che l’app ne creerà uno virtuale in cui confluiranno in automatico, settimanalmente, le ricariche dello stesso in base al tetto stabilito dall’utente. I pagamenti avvengono in peer-to-peer, per cui sia chi vende che chi acquista devono essere registrati alla piattaforma, e l’utente, dopo aver selezionato da un elenco il negozio verso cui effettuare il trasferimento di denaro, dovrà aspettare l’ok dell’esercente. I pagamenti fino a dieci euro sono gratuiti mentre per i pagamenti superiori si andrà a pagare una commissione di 20 centesimi per ogni operazione che serve a finanziare i vari programmi di cashback che la piattaforma attua per gli utenti che utilizzano l’app.

Icona dell’app Satispay (tratta dal sito internet di Satispay)

Samsung Pay: l’altra risposta ad ApplePay

Se Apple, per quanto riguarda i sistemi operativi, ha tra i suoi più agguerriti rivali Android, nel lato della produzione di dispositivi elettronici deve fare i conti con Samsung. Non è un caso dunque se per contrastare ApplePay anche il colosso coreano, come Android, ha dato vita ad una sua app di pagamento utilizzabile sui suoi dispositivi successivi al Galaxy A5 e al Galaxy S6 edge+. Anche in questo caso dovremo associare all’app una carta di pagamento e la transazione verrà verificata, senza trasmissione di dati a terzi, tramite impronta digitale, scansione dell’iride o pin. Al contrario di ApplePay e GooglePay, non è necesario aderire al circuito per poterne usufruire e la si può utilizzare per pagare alla cassa non solo con la tecnologia NFC ma anche con quella MST (Magnetic Secure Transmission) con cui si leggono le normali carte di pagamento con striscia magnetica.

Icona dell’app Samsung Pay (tratta dal sito internet di Samsung)

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CR7 boccia la Coca Cola: il titolo crolla in borsa

Stanno facendo il giro del mondo le immagini della superstar calcistica portoghese Crisitano Ronaldo che, lunedì scorso, nella conferenza stampa prima del match che la sua nazionale ha giocato e vinto per 3 a 0 contro l’Ungheria, ha spostato dal tavolo di fronte a sè due bottigliette di Coca Cola esclamando: “acqua, bevete acqua!“. Non appena l’uscita di CR7 è arrivata alle orecchie degli operatori di borsa la giornata per i titoli del noto marchio americano ha preso inesorabilmente la via del ribasso.

Un’affermazione che parte da lontano.

Che il fenomeno mondiale del calcio abbia una cura maniacale del suo corpo è risaputo da anni: allenamenti accurati, alimentazione attenta e tono muscolare perfetto sono uno dei marchi di fabbrica del Cristiano Ronaldo mediatico, da sempre attento a non “sgarrare” e a seguire uno stile di vita salutista.

Recentemente aveva già scagliato il suo anatema verso le bevande gassate, affermando che aveva spiegato al figlio maggiore (piccola stella del vivaio della Juventus, a quanto pare non solo per via del più famoso genitore ma per l’indiscutibile talento personale) che per diventare un campione avrebbe dovuto stare alla larga da bevande gassate e patatine fritte poichè rovinano il fisico di un atleta.

Di certo i dati scientifici danno ragione a Ronaldo: è sotto gli occhi di tutti come nelle nazioni (USA in testa) in cui è maggiore il consumo di bevande gassate e cibi poco sani la percentuale di obesità sia elevata con tutti i costi sanitari e sociali che ciò comporta. Ma è altresì vero che quando un personaggio pubblico esprime il suo parere personale in maniera così evidente e “coreografica”, durante una conferenza stampa seguita da tutti i media del mondo nel bel mezzo di una delle competizioni sportive più prestigiose del pianeta, qual è il Campionato Europeo di calcio, l’impatto delle sue dichiarazioni non può passare inosservato e la sua eco può ripercuotersi in maniera inattesa da più parti.

E il Dio disse: “Bevete acqua” e la borsa crollò.

Non possiamo sapere se Ronaldo avesse previsto che le sue parole sarebbero potute arrivare fino alle orecchie dei broker di Wall Street ) e, in assensa di conferme, puntiamo sulla buona fede, fatto sta però che fino pochi minuti prima della conferenza stampa il titolo di borsa della Coca Cola (Coca-Cola co KO) era scambiato a New York a 56,18 dollari e, appena mezz’ora dopo le parole di Ronaldo, il titolo era precipitato dell’1,6% a 55,22 dollari per una perdita totale che ha sfiorato i 4 miliardi di dollari.

Questo calo azionario è dovuto al fatto che gli investitori, preoccupati che l’opinione negativa sulla Coca-Cola avanzata dal campione possa prendere piede nell’opinione pubblica, con il conseguente calo di vendite della bevanda che comporterebbe, hanno iniziato a vendere i titoli in loro possesso facendoli quindi calare di valore.

Sul sito della borsa di New York è possibile vedere e studiare l’andamento delle contrattazioni di cui stiamo parlando a questo link.

Il titolo ha cercato di recuperare nella giornata di ieri, ma ha comunque chiuso ben al di sotto dei 56 dollari.

Conseguenze.

Di certo le affermazioni di Ronaldo non passeranno inosservate (e “impunite”). In fondo lo stesso Ronaldo – vero e proprio “uomo-azienda” – non è solo un calciatore ma è titolare di numerosi brand di moda, catene di hotel e altre aziende (alcune delle quali quotate in borsa) su cui, siamo sicuri, prima o poi calerà la scure di qualche azione speculativa o di boicottaggio da parte del colosso di Atlanta, a “vendicare” sia l’affronto subito in mondovisione che, ancor di più, le perdite finanziarie innescate dalle dichiarazioni del campione.

Non dimentichiamoci, tra l’altro, che uno dei principali sponsor di FIFA e UEFA, le due maggiori associazioni calcistiche mondiali, è da decenni proprio la Coca-Cola e non è difficile immaginare che una “sollecitazione” da parte del facoltoso finanziatore americano sia già arrivata alle orecchie dei vertici del calcio mondiale.

Cosa succederà non è ancora possibile prevederlo ma, statene certi, la storia non è finita di sicuro con l’invito a bere acqua da parte di Ronaldo.

Intanto, quasi ad emulare Ronaldo, ieri sera, nella conferenza stampa a seguito della partita Francia-Germania (1 a 0 per i francesi), il centrocampista transalpino Paul Pogba ha fatto sparire dalla postazione interviste una bottiglia di birra (Heineken, altro munifico e storico sponsor di FIFA e UEFA) che era stata posta di fronte a lui. Nel caso di Pogba, sembra che il calciatore abbia fatto questo gesto in virtù della sua fede islamica che proibisce l’uso di alcoolici… il fatto che la bottiglia di birra fosse in realtà analcolica, che la scritta “Heineken” su sfondo verde campeggi in bella vista dietro la sua testa e che il francese abbia lasciato al loro posto le due bottiglie di Coca-Cola che erano posizionate di fianco a quella della birra, lascia però tanti interrogativi e una punta di scetticismo sui reali motivi che lo hanno portato a compiere il gesto.

Ora non ci resta che osservare quali saranno oggi le reazioni della borsa sul titolo della Heineken, ma un “effetto Ronaldo” appare scontato.

Casi simili.

Non più di un mese fa, su queste stesse pagine, vi parlavamo di come Elon Musk abbia scombussolato il mondo delle criptovalute facendo delle dichiarazioni sui Bitcoin con cui prendeva le distanze da quel tipo di pagamento elettronico, da lui stesso incentivato fino a pochi giorni prima. Ecco, questo episodio, così come le dichiarazioni di Ronaldo o il gesto di Pogba, sono casi che devono fare pensare oltre che per i contenuti, anche per il fatto che, essendo esposti da gente con una notevole visibilità mediatica, possono dar vita a fluttuazioni finanziarie dalle conseguenze incontrollabili che potrebbero gettare sul lastrico tanti piccoli investitori.

È vero, le affermazioni di Ronaldo sulle bevande gassate sono incontestabili ma è anche vero che il ribasso azionario scatenato dalle sue affermazioni non ha prodotto un danno solo alla casa madre della Coca-Cola ma anche ai tanti piccoli risparmiatori che hanno investito il gruzzolo di una vita proprio in azioni del colosso americano. Bisognerebbe quindi essere più cauti con determinate affermazioni affinchè un buon proposito non si risolva in una involontaria catastrofe.

In conclusione, se tanto mi da tanto, nel caso in cui Matt Groening, il geniale padre del cartone animato “I Simpson“, dovesse vedere le immagini in cui Ronaldo sposta le bottiglie di Coca-Cola e di Pogba che toglie la bottiglia di Heineken, in una prossima puntata del famosissimo cartoon aspettiamoci di vedere una scena caricaturale in cui il simpatico Homer sposterà da un tavolo delle interviste la bottiglia d’acqua, lasciando in bella vista quelle della bevanda gassata e della birra di cui è un incallito bevitore.

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Nuova azienda: quale società conviene aprire?

Se siete in procinto di avviare un’attività insieme ad altri soggetti sicuramente vi starete chiedendo che tipo di società faccia al vostro caso. Nell’ordinamento italiano la scelta è ampia e si può riassumere individuando due “famiglie” di società: quelle di persone e quelle di capitali. Scopriamo insieme quali sono le caratteristiche di queste società e quale la migliore da adottare in base alle esigenze.

Le società di persone.

Quando si parla di società di persone si intendono quei soggetti societari in cui ogni socio risponde con il proprio patrimonio personale (nonchè con il 50% degli averi del coniuge in caso di matrimonio in regime di comunione di beni) alle obbligazioni dell’attività. Questa responsabilità è illimitata (nel senso che i creditori possono attingere a tutto il patrimonio dei singoli soci fino all’estinzione del debito) e solidale (i creditori possono aggredire il patrimonio anche di uno solo dei soci – quello ritenuto più abbiente – che poi, successivamente all’estinzione del debito, potrà rivalersi sugli altri soci).

Proprio per la loro caratteristica di essere, di fatto, garantite verso terzi dal patrimonio personale dei singoli soci, vengono anche chiamate “società ad autonomia patrimoniale imperfetta“.

Le società di persone non hanno personalità giuridica e, come tali, hanno un regime contabile più agile ed economico (a fine anno redigono un semplice rendiconto e non un vero e proprio bilancio).

Generalmente questi tipi di società sono messe in piedi da chi lavora nell’attività stessa in imprese di dimensioni medio-piccole. La principale caratteristica che le distingue dalle società di capitali è che per essere costituita non ha bisogno di un capitale sociale iniziale da investire (il che è diverso dal dire che non ci sia necessità di versare una quota da cui attingere per dar vita all’attività).

I principali tipi di società di persone sono le s.n.c. e le s.a.s..

Le Società in Nome Collettivo (SNC)

Le snc (disciplinate dagli articoli 2291-2312 del Codice Civile) sono società di persone in cui ogni socio risponde personalmente in maniera illimitata e solidale alle obbligazioni sociali. Devono essere iscritte al Registro delle Imprese e costituite con atto notarile.

Le Società in Accomandita Semplice (SAS)

Le sas (disciplinate dagli articoli 2313-2324 del Codice Civile) prevedono al loro interno due tipi di soci:

  • Accomandatari: Sono uno o più soci che gestiscono e amministrano la società, la rappresentano all’esterno e, in maniera analoga ai soci delle snc, rispondono in maniera illimitata e solidale con i loro patrimoni dei debiti accumulati dalla società;
  • Accomandanti: Soci che contribuiscono con una quota alle attività della società di cui però non possono divenire amministatori. Il loro ruolo, come vedremo, è simile a quello dei soci delle società per capitali e rispondono delle obbligazioni della società nei limiti della quota da loro conferita.

Le sas devono essere iscritte al registro per le imprese, essere titolari di partita IVA, iscritte alla Camera di Commercio relativa all’attività di cui all’oggetto sociale e nell’Atto Costitutivo devono essere chiaramente esplicitati quali siano i soggetti accomandatari e quali gli accomandanti.

Le società di capitali.

Mentre, come abbiamo appena visto, per avviare una società di persone non sono necessari capitali da investire, questo è invece un passo indispensabile per mettere in piedi una società di capitali.

In caso di insolvenza della società verso creditori, questi ultimi non potranno rivalersi sui patrimoni personali dei soci ma solo sul capitale sociale e quindi solo sulle quote che i singoli soci posseggono.

I più comuni tipi di società con queste caratteristiche sono le srl e le spa. Esistono anche le srls e le sapa ma sono molto poco diffuse.

Le Società a Responsabilità Limitata (SRL)

Questo è il più diffuso tipo di società per capitali presente in Italia ed è regolamentato dal Codice Civile negli articoli 2462-2483.

Per dar vita ad una srl il capitale sociale minimo previsto dalla legge è di 10.000 euro ed è diviso in quote tra i vari soci. Qui è bene specificare la differenza tra quote e azioni:

Le quote corrispondono alla parte di capitale che ogni socio versa nel momento della costituizione della società e non sono necessariamente uguali (esempio: per una società composta da tre soci con capitale di 10.000 euro un socio può versare 5.000 euro, uno 3.000 e l’altro 2.000). All’interno di una srl, maggiore sarà la quota versata dal socio, maggiore sarà il suo peso all’interno della catena decisionale.

Le azioni invece corrispondono ad una partizione astratta e (teoricamente) perfetta del capitale sociale e, come tali, sono tutte uguali. Per avere maggior peso decisionale, quindi, un azionista dovrà avere un maggior numero di azioni rispetto agli altri.

Le srl, nell’atto della costituzione, ottengono personalità giuridica, hanno autonomia patrimoniale perfetta e, a fine anno, presentano un bilancio e non un rendiconto come invece fanno le società di persone.

Esiste un’ulteriore tipo di srl, denominata srls (Società a Responsabilità Limitata Semplificata), per cui è previsto un capitale sociale compreso tra 1 e 9.999 euro. Hanno gli stessi vantaggi delle normali srl ma il capitale sociale limitato, in mancanza di altre garanzie, preclude la possibilità di effettuare investimenti particolarmente onerosi e le regole di funzionamento e amministrazione sono già fissate per legge e non possono invece essere derogate dai soci come nelle normali srl.

Le Società per Azioni (SPA)

Le Società per Azioni devono il loro capitale ad un monte di azioni (che la legge prevede non siano inferiori a 50.000 euro ciascuna) diviso in maniera variabile tra i soci. Maggiore sarà la quantità di azioni possedute da un socio, superiore sarà il suo peso in sede di scelte amministrative.

Generalmente, dato l’elevato costo delle singole azioni, solo le aziende più grandi e con soci particolarmente ricchi si avvalgono di questo tipo di strutturazione che però salvaguarda gli associati dall’essere intaccati nel loro patrimonio in caso di insolvenza o fallimento.

Questo tipo di società, condividono con le srl il fatto di essere dotate di personalità giuridica, avere autonomia patrimoniale perfetta (di riflesso ogni socio non risponderà con il suo patrimonio personale alle inadempienze societarie) e sono soggette alla presentazione del bilancio di fine anno.

Non basta avere soci capaci di comprare le azioni per dar vita ad una spa poichè la legge dispone che per essere riconosicute tali esse debbano rispondere a tre requisiti:

  • Limitare il rischio (almeno a livello teorico gli organi decisionali delle stesse devono agire affinchè il capitale sociale venga tutelato e le speculazioni evitate);
  • Il capitale sociale deve essere suddiviso in azioni di egual valore;
  • Essere amministrata da una corporazione normativa dove i poteri decisionali e gestionali siano affidati a tre organi distinti: l’assemblea, il consiglio di amministrazione e il collegio sindacale.

Quale tipo di società scegliere?

Ovviamente questa è una decisione complicata, da prendere non solo con gli altri soci ma anche sentendo il parere di avvocati e commercialisti poichè, in base al tipo di attività che la società sarà chiamata a svolgere, si dovrà ricorrere ad uno strumento piuttosto che ad un altro.

E’ ovvio che per una società medio piccola in cui i soci saranno anche dipendenti della stessa, conviene iniziare con una società di persone per evitare di dover racimolare la quota di capitale necessaria per dar vita ad una srl (o, ancora di più, per una spa), fermo restando che, se gli affari andranno bene, si potrà sempre trasformare una società di persone in una società di capitali in modo tale da non dover intaccare il proprio patrimonio personale se nel futuro le cose non dovessero andare per il meglio. Attenzione però: trasformare una società di persone in una società di capitali non vi servirà se la snc o sas che state trasformando in srl ha debiti pregressi da onorare poichè per quelli sarete ancora responsabili con il vostro patrimonio.

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DURC: cos’è, a cosa serve e come richiederlo

Se siete imprenditori con dipendenti a carico sicuramente avrete avuto a che fare con il Documento Unico di Regolarità Contributiva (DURC) indispensabile per partecipare a gare d’appalto pubbliche e in altre situazioni lavorative in cui serve il rilascio di una certificazione da parte della Pubblica Amministrazione per poter svolgere un lavoro o servizio.

Vediamo quindi più nei dettagli cos’è il DURC, a chi serve, come e dove richiederlo.

Cos’è il DURC?

Il DURC, acronimo di Documento Unico di Regolarità Contributiva, dopo un’iter normativo cominciato nel 2000, è entrato in vigore il 2 gennaio del 2006 e da quel momento ha cambiato la vita delle imprese e del loro rapporto con la Pubblica Amministrazione.

Il DURC nasce con l’intento di contrastare il lavoro nero e l’evasione contributiva, infatti il certificato non può essere rilasciato a coloro che, avendo dipendenti a carico, non risultano in regola con gli obblighi contributivi e, senza lo stesso, non potranno partecipare ad una serie di attività lavorative che vedremo a breve.

Qualora il DURC risulti regolare, il richiedente ottiene la certificazione da INPS, INAIL ed eventualmente dalla Cassa Edile, che la sua posizione contributiva è regolare e ciò è un via libera per poter lavorare con/per la Pubblica Amministrazione.

Da chi può essere richiesto?

I principali richiedenti del DURC sono gli enti pubblici che, nei bandi e nelle gare che emanano, devono obbligatoriamente chiederne copia ai partecipanti (chi non lo presenta verrà escluso dalla gara) e, successivamente, il vincitore del bando dovrà presentare il documento alla stipula del contratto, al momento del pagamento delle fatture, del collaudo e del saldo. Insomma, il DURC è un tipo di certificato che accompagna l’iter burocratico di una gara pubblica in ogni sua fase.

Il DURC deve essere richiesto alla ditta scelta per l’esecuzione di una prestazione lavorativa anche dai privati cittadini che sono in procinto di eseguire lavori edili per cui è necessario presentare la DIA (Denuncia Inizio Attività).

Chi deve presentarlo?

Sono tenuti a presentare il DURC le imprese e i datori di lavoro ma anche i lavoratori autonomi. Le ditte individuali, non avendo dipendenti, sono tenute a presentare una dichiarazione in cui si specifica di non avere dipenti a carico e di essere in regola dal punto di vista tecnico e amministrativo.

Dove richiederlo?

A seguito del Decreto Legge 34/2014, dal 1° luglio 2015 è possibile per tutti gli interessati (enti richiedenti e ditte appaltatrici) verificare la regolarità contributiva nei confronti dell’INPS, dell’INAIL e della Cassa Edile, in modo telematico e in tempo reale. Una volta avanzata la richiesta all’ente preposto (utilizando le credenziali d’accesso che saranno il codice fiscale e il pin), lo stesso vi invierà risposta a mezzo PEC con l’esito dell’indagine contributiva.

Quanto dura?

La documentazione, ottenibile esclusivamente tramite procedura online, ha valore per 120 giorni dall’emissione (fa fede la data della PEC che vi verrà inviata). Solo nel caso di lavori di edilizia privata per cui è richiesta la presentazione della DIA il certificato avrà valore di 90 giorni.

Quando è obbligatorio?

Elenchiamo ora le casistiche in cui è obbligatorio presentare il DURC:

  • Quando si partecipa ad appalti pubblici, sia per l’esecuzione di lavori che per la prestazione di servizi. Generalmente la stessa certificazione dovrà essere presentata anche più volte in diverse fasi all’interno dello stesso iter burocratico;
  • Ogni qualvolta una ditta prende in gestione dalla Pubblica Amministrazione (sia in convenzione che in concessione) la somministrazione di servizi e attività pubbliche;
  • Per ottenere l’attestazione SOA (Società Organismi di Attestazione);
  • Per iscriversi all’Albo dei Fornitori;
  • Per lavori edilizi in ambito privato che necessitino di DIA;
  • Per l’ottenimento di incentivi, sovvenzioni e agevolazioni da parte di Enti Pubblici.

Cosa succede se il DURC non risulta regolare?

In caso di DURC irregolare e, di conseguenza, con l’attestazione da parte dell’Ente emittente che la ditta richiedente non è in regola con la posizione contributiva, la stessa non potrà partecipare al bando cui aveva intenzione di concorrere oppure, in caso di procedura in atto durante la quale sopraggiunge l’insolvenza contrituitiva in una delle fasi, l’iter si bloccherà.

In caso di irregolarità l’Ente emittente comunicherà alla ditta interessata il dettaglio delle mancanze rilevate e la stessa avrà tempo 15 giorni per regolarizzare la situazione contributiva con un ulteriore periodo di flessibilità di altri 15 giorni.

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Quanto valgono le squadre di serie A e degli altri principali campionati?

Che dietro al mondo del calcio professionistico gravitino milioni di euro è un fatto assodato ma scoprire quale sia il vero valore delle principali squadre italiane ed europee può lasciare davvero a bocca aperta. Scopriamo quanto valgono le principali squadre europee considerando soltanto il valore dei loro calciatori, aiutandoci con le quotazioni riportate dall’affidabile portale Transfermarkt.it.

Serie A

Il massimo campionato italiano forse non ha più il prestigio degli anni ’80 e ’90, epoca in cui non c’è stato un singolo campione riconosciuto globalmente – da Maradona a Zidane – che non abbia calcato i campi della Serie A, ma continua ad essere un torneo di ottimo livello che quest’anno ha portato 3 squadre alla fase ad eliminazione diretta di Champions League (Juventus, Lazio e Atalanta, tutte uscite agli ottavi di finale) e la Roma fino alle semifinali di Europa League.

Il valore delle squadre della Serie A – non solo per meriti sportivi conseguiti sul campo ma anche in virtù del forte interesse mediatico, dei diritti televisivi, vero e proprio motore economico del calcio moderno, e degli sponsor che gli ruotano attorno – è quindi complessivamente molto elevato, secondo solo a quello della Premier League inglese e di seguito ve lo elenchiamo nel dettaglio:

1) Inter: €648.900.000;

2) Juventus FC: €600.600.000;

3) SSC Napoli: €523.200.000;

4) AC Milan: €503.500.000;

5) Atalanta BC: €388.900.000;

6) AS Roma: €372.150.000;

7) SS Lazio: €313.900.000;

8) US Sassuolo: €223.400.000;

9) ACF Fiorentina: €191.700.000;

10) Cagliari Calcio: €167.700.000;

11) Hellas Verona: €150.400.000;

12) Torino FC: €149.200.000;

13) Bologna FC 1909: €143.000.000;

14) Udinese Calcio: €141.950.000;

15) Parma Calcio 1913: €117.100.000;

16) UC Sampdoria: €109.700.000;

17) Genoa CFC: €93.000.000;

18) Spezia Calcio: €69.450.000;

19) FC Crotone: €50.200.000;

20) Benevento Calcio: 49,250.000.

Il valore totale delle rose di scorsa Serie A è stato quindi pari a €5.010.000.000. Nella prossima stagione non compariranno nell’elenco le ultime tre classificate – Benevento, Crotone e Parma – che saranno sostituite dalle neo promosse Empoli (€40,750.000), Salernitana (€22,100.000) e Venezia (€22,430.000).

Premier League

Se il valore della Serie A è stratosferico quello della Premier League, il massimo campionato inglese, è veramente di un altro pianeta:

1) Manchester City: €1.040.000.000;

2) FC Liverpool: €985.000.000;

3) Chelsea FC: €866.000.000;

4) Manchester United: €752.050.000;

5) Tottenham Hotspur: €686.800.00;

6) FC Arsenal: €569.100.000;

7) FC Everton: €480.800.000;

8) Leicester City: €480.100.000;

9) Wolverhampton Wanderers: €400.000.000;

10) Aston Villa: €347.200.000;

11) FC Southampton: €282.800.000:

12) Brighton&Hove Albion: €271,600.000;

13) West Ham United: €267.250.000;

14) Newcastle United: €239.200.000;

15) FC Fulham: €212.600.000;

16) Leeds United: €207.350.000;

17) Crystal Palace: €191.380.000;

18) Sheffield United: €143.600.00;

19) FC Burnley: €135.750.000;

20) West Bromwich Albion: €121.450.000.

Il valore totale delle rose della Premier League è quindi di €8.710.000.000, oltre 3 miliardi e mezzo più di quello della nostra Serie A. Le squadre retrocesse nella seconda serie (Championship) sono state il Fulham, il West Bromwich e lo Sheffield United che verranno rimpiazzate nella prossima stagione da Norwich City (€114.880.000), Watford (€97.750.000) e dal sorprendente Brentford di cui abbiamo parlato recentemente (€109.250.000).

La Liga

Uno dei campionati più titolati del mondo è La Liga spagnola, dove militano due tra le squadre più note e vincenti del mondo: Real Madrid e Barcellona. Vediamo quanto sono quotate le rose della massima serie spagnola:

1) FC Barcellona: €827.000.000;

2) Atletico Madrid: €760.000.000;

3) Real Madrid CF: €721.200.000;

4) Sevilla FC: €365.900.000;

5) Real Sociedad: €355.500.000;

6) Valencia CF: €255.700.000;

7) Villarreal CF: €252.700.000;

8) Athletic Bilbao: €209.800.000;

9) Real Betis Balompié (Siviglia): €199.400.000;

10) Getafe CF: €169.500.000;

11) Celta Vigo: €129.200.000;

12) Granada CF: €115.950.000;

13) Levante UD: €107.600.000;

14) CA Osasuna: €84.000.000;

15) Deportivo Alavés: €75.000.000;

16) SD Eibar: €74.650.000;

17) Real Valladolid CF: €64.700.000;

18) SD Huesca: €54.500.000;

19) Cadiz CF: €38.400.000;

20) Elche CF: €38.000.000.

Il valore complessivo delle rose della Liga si assesta sui €4.900.000.000, leggermente inferiore a quello della Serie A ma è importante considerare che le squadre iberiche – ad esclusione delle 4-5 big – sono composte in prevalenza da giocatori spagnoli (l’organico dell’Athletic Bilbao, addirittura, è storicamente composto esclusivamente da giocatori provenienti dalla regione dei Paesi Baschi) e ciò favorisce una diminuzione dei costi dei cartellini. Sono retrocesse Huesca, Valladolid e Eibar che verranno sostituite da Espanyol (€66.000.000), Mallorca (€39.200.000) e una tra Girona (€29.900.000)  e Rayo Vallecano (€25.800.000) che nelle prossime settimane disputeranno la finale play-off.

Bundesliga

Il massimo campionato tedesco – uno dei più equilibrati ed apprezzati del panorama europeo – è l’unico tra i tornei top del Vecchio Continente ad ospitare solo 18 squadre anzichè 20 e sembra che gli altri massimi campionati nei prossimi anni seguiranno il suo esempio, riducendo di due unità le squadre partecipanti.

1) FC Bayern Monaco: €826.600.000;

2) Borussia Dortmund: €598.100.000;

3) Rosen Ballsport Lipsia: €559.780.000;

4) Bayer 04 Leverkusen: €381.400.000;

5) Borussia Monchengladbach: €306.450.000;

6) VFL Wolfsburg: €241.000.000;

7) Eintracht Francoforte: €230.400.000;

8) TSG 1899 Hoffenheim: €230.300.000;

9) Herta Berlino SC: €218.330.000;

10) VFB Stoccarda: €181.300.000;

11) SC Friburgo: €139.380.000;

12) 1.FC Colonia: €108.150.000;

13) FC Schalke 04: €107.150.000;

14) SV Werder Brema: €102.600.000;

15) FC Augusta: €98.680.000;

16) 1.FSV Magonza 05: €93.350.000;

17) 1.FC Union Berlino: €76.800.000;

18) Arminia Bielefeld: €53.150.000.

Il valore complessivo della Bundesliga ammonta dunque a €4.550.000.000, quasi mezzo miliardo di euro meno della Serie A (ma con due formazioni in meno). Sono retrocesse in seconda serie (Bundesliga 2) Schalke 04, e Werder Brema mentre hanno conquistato il salto per la prossima Bundesliga il Bochum (€21.950.000) e il Greuther Furth (€22.080.000).

Ligue 1

La Ligue 1 è il massimo campionato calcistico francese. In quanto a quotazione della rosa il Paris Saint-Germain fa la voce grossa, avendo un valore più che doppio rispetto alla seconda squadra più quotata, il Monaco. Tuttavia quest’anno ciò non è stato sufficiente ai parigini (e ai monegaschi) per vincere l’ultimo campionato che ha visto trionfare il Lille.

1) Paris Saint-Germain: €790.800.000;

2) AS Monaco: €350.050.000;

3) Olympique Lione: €330.550.000;

4) LOSC Lilla: €316.800.000;

5) OGC Nizza: €221.550.000;

6) Stade Rennais FC: €214.000.000;

7) Olympique Marsiglia: €207.400.000;

8) Montpellier HSC: €113.150.000;

9) AS Saint Etienne: €106.100.000;

10) RC Strasburgo Alsazia: €104.050.000;

11) Stade Reims: €101.200.000;

12) RC Lens: €100.650.000;

13) FC Metz: €90.800.000;

14) FC Nantes: €90.600.000;

15) FC Girondins Bordeux: €87.800.000;

16) Stade Brest 29: €84.830.000;

17) SCO Angers: €76.900.000;

18) FC Lorient: €71.580.000;

19) Nimes Olympique: €56.750.000;

20) Digione FCO: €54.200.000.

Il totale delle rose di Ligue 1 ammonta ad €3.570.000, di cui quasi un quarto è relativo al valore del solo PSG. Le squadre retrocesse sono state Digione e Nimes mentre sono state promosse Troyes (€22.150.000) e Clermont (€16.550.000).

Altri campionati europei.

Diamo ora un veloce sguardo al totale complessivo delle rose dei massimi campionati di altre importanti nazioni europee:

Portogallo, Liga NOS – totale valore rose: €1.210.000.000 (18 squadre), il Porto è la squadra più costosa del massimo campionato portoghese con un valore di €272.600.000, tallonata dal Benfica (€259.300.000) e dallo Sporting Lisbona (€217.900.000).

Olanda, Eredivisie – totale valore rose: €1.050.000.000 (18 squadre), l’Ajax è la squadra che ha il più alto valore in Eredivisie con €350.850.000.

Russia, Premier Liga – totale valore rose: 973.700.000 (16 squadre), lo Zenit San Pietroburgo è la squadra più cara di Russia con un valore di €170.000.000.

Belgio, Jupiler Pro League – totale valore rose: 839.330.000 (18 squadre), la squadra con il valore più alto del campionato belga è il Club Bruges (€135.750.000).

Turchia, Super Lig – totale valore rose: €826.480.000 (21 squadre), la squadra con il valore più alto del campionato turco è il Galatasaray (€97.880.000).

Principali campionati di altri continenti.

Brasile, Campeonato Brasileiro Série A – totale valore rose: €1.100.000 (20 squadre)

Argentina, Superliga – totale valore rose: €1.037.000  (24 squadre)

Uruguay, Primera Division – totale valore rose: €126.130.000 (16 squadre)

Messico, Liga MX – totale valore rose: €731.350.000 (18 squadre)

USA, Major League Soccer – totale valore rose: €916.650.000 (27 squadre)

Egitto, Egyptian Premier League – totale valore rose: €148.830.000 (18 squadre)

Sudafrica, DStv Premiership – totale valore rose: €128.250.000 (18 squadre)

Qatar, Qatar Stars League – totale valore rose: €131.730.000 (12 squadre)

Emirati Arabi Uniti, Arabian Gulf League – totale valore rose: €198.130.000 (14 squadre)

Arabia Saudita, Saudi Professional League – totale valore rose: €338.160.000 (18 squadre)

Cina, Chinese Super League – totale valore rose: €273.650.000 (16 squadre)

Giappone, J1 League – totale valore rose: €316.620.000 (20 squadre)

Corea del Sud, K League 1 – totale valore rose: €143.150.000 (12 squadre)

Australia, A-League – totale valore rose: €96.580.000 (12 squadre)

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