Diritti d’Autore: cosa sono e quanto si guadagna

La genesi delle normative inerenti il Diritto d’Autore ha radici ben più lontane nel passato di quanto possiamo immaginare. Di fatto il concetto viene introdotto un po’ in tutt’Europa dopo che la stampa a caratteri mobili inizia ad espandersi (dal XVI° secolo in poi) e ora è legalmente riconosciuto in quasi tutti gli stati del mondo ed esistono diverse convenzioni internazionali che tutelano il diritto in sede globale. La monetizzazione dei Diritti d’Autore è una delle principali fonti di guadagno degli artisti appartenenti a qualsiasi campo della cultura e il loro valore complessivo ha ormai raggiunto la stratosferica cifra di 10 miliardi di dollari annui. Vediamo in questo articolo cosa sono i Diritti d’Autore e quali sono i meccanismi che permettono di guadagnare grazie ad essi.

Diritti d’Autore: cosa sono?

Il diritto d’autore tutela le opere dell’ingegno di carattere creativo riguardanti le scienze, la letteratura, la musica, le arti figurative, l’architettura, il teatro, la cinematografia, la radiodiffusione e, da ultimo, i programmi per elaboratore e le banche dati, qualunque ne sia il modo o la forma di espressione. (Tratto dall’Enciclopedia Treccani)

Dalla chiara e semplice definizione di cui sopra si evince come per Diritto d’Autore si intenda l’insieme delle normative che tutelano l’opera dell’ingegno umano relativamente alle creazioni artistiche e pubblicazioni scientifiche e tecnologiche, inclusi software e creazioni digitali.

Il titolare dei Diritti d’Autore è colui che ha creato l’opera che può essere, una canzone, un’opera lirica, un libro, una scultura, un quadro, un videogioco e quant’altro sia frutto della creatività dell’uomo. Ovviamente i Diritti d’Autore, pur avendo con essi delle analogie, non coincidono con i brevetti che tutelano invece le invenzioni e i progetti tecnologici.

Ci sono alcuni casi in cui i Diritti d’Autore non appartengono a colui che ha realizzato l’opera da tutelare come ad esempio gli articoli di giornale che sono di proprietà dell’Editore e non del giornalista che li scrive (es.: un articolo scritto da Marco Travaglio viene tutelato non per conto suo ma per quello del giornale per cui scrive) e, seppur possa sembrare strano, i diritti d’autore dei film non sono di proprietà del regista ma del produttore (es.: George Lucas ha curato la regia di solo quattro film della serie di Guerre Stellari – episodi I, II, III e IV – ma ha prodotto i primi sei episodi della serie di cui, quindi, detiene i Diritti d’Autore e, allo stesso modo, non è stato regista di nessun episodio della saga di Indiana Jones ma li ha prodotti tutti).

Alla base del Diritto D’Autore semplice, vi è il concetto di Diritto Morale D’Autore che è il potere inalienabile dell’autore di rivendicare la paternità della sua opera, di essere identificato come autore ogni qual volta terzi la utilizzino, di rivalersi sugli usi impropri e di disconoscere i falsi. In alcuni casi il Diritto Morale d’Autore può essere disconosciuto ma deve essere fatto in maniera scritta ed esplicita ed è questo il caso dei Ghostwriter che spesso scrivono di sana pianta romanzi o sceneggiature di film che però verranno pubblicati e tutelati sotto il nome di altri (es.: scrittori particolarmente affermati e prolifici di cui vengono pubblicati anche 4 o 5 romanzi all’anno, in realtà, scrivono per lo più delle striminzite bozze dei loro nuovi romanzi dalle quali i ghostwriters al suo servizio andranno a ricavare l’intero libro. Ovviamente questi scrittori non vogliono che tale procedimento venga reso manifesto – proprio per questo non possiamo fare i nomi di coloro di cui “sospettiamo” – e, sono pochi coloro che ammettono di farne ricorso. In ogni caso, quando vi accorgete che uno scrittore pubblica più di due romanzi all’anno, beh, diffidate, perchè sicuramente dietro alla sua firma c’è la penna di qualcun altro che, a volte, scrive anche meglio di lui).

I diritti d’autore, in Europa e in quasi tutti gli stati occidentali, sono tutelati e remunerati per tutta la vita dell’autore e fino a settanta anni dopo la morte dello stesso, periodo questo in cui gli introiti verranno incassati dagli eredi. Passato detto lasso di tempo le opere diventano di pubblico dominio e tutti potranno usufruirne gratuitamente e liberamente. Resta sempre salvo il Diritto Morale D’Autore per cui nessuno potrà arrogarsi la paternità di un’opera di pubblico dominio che verrà sempre riconosciuta all’autore originale ormai defunto.

Quanto si guadagna con i Diritti d’Autore?

Innanzitutto partiamo dal tracciare la differenza tra due termini che spesso vengono confusi e ritenuti sinonimo ma che, nella realtà, sono due cose diverse e separate: royalties e diritti d’autore.

Le royalties sono gli introiti diretti della vendita della propria opera dell’intelletto: se un musicista pubblica un album di suoi brani, contratterà con la casa discografica quanto sarà il suo guadagno per ogni singola copia venduta o altro riferimento relativo alla quantità di vendite quale può essere il numero di streaming online ecc.. Il ricavato complessivo delle vendite dirette costituisce l’ammontare delle royalties. Nel prezzo finale del CD però, oltre alle percentuali che toccano all’autore, al produttore, al venditore e alle imposte fiscali (IVA), una parte del costo – che in Italia si aggira intorno al 5% del prezzo finale – è destinata alle agenzia intermediarie (quella operante in Italia si chiama SIAE, Società Italiana degli Autori e degli Editori) che si occupano della tutela dei Diritti d’Autore. Il sistema italiano, analogamente a quello degli altri stati membri della Comunità Europea, prevede che la SIAE provvederà poi a girare all’autore buona parte dell’introito incassato dalle vendite, trattenendo per sè una piccola parte che consente all’istituto di sopravvivere, mentre un’altra piccola parte confluirà in un Fondo di Solidarietà per gli artisti particolarmente meritevoli che necessitino di un aiuto economico (il Fondo sembra essere sospeso dal 2020).

Capito questo concetto risulta chiaro come per alcuni brani musicali le royalties vadano pagate ad un artista e i diritti d’autore ad un altro. Prendiamo il caso della canzone Knockin’ On Heaven’s Door scritto da Bob Dylan ma ripubblicato nel 1991 in una celeberrima cover dai Guns ‘n’ Roses: in questo caso le royalties dell’album Use Your Illusion II dei Guns ‘n’ Roses in cui è contenuta la cover del brano saranno incassate dal gruppo di Axl e Slash, mentre i diritti d’autore verranno incassati da Bob Dylan che scrisse testo e musiche nel 1973 per la colonna sonora del film Pat Garrett e Billy the Kid.

Ovviamente i Diritti d’Autore (e non le royalties in questo caso) saranno dovuti anche quando terze parti utilizzeranno opere altrui nei loro spettacoli o opere artistiche di varia natura:

  • ogni qual volta un gruppo musicale esegue un brano di un altro musicista/compositore/band;
  • quando un brano viene inserito all’interno della colonna sonora di un film, musical, spot televisivo e quant’altro;
  • quando un brano verrà diffuso via radio, TV, o servizio internet;
  • quando un brano di un testo scritto verrà riportato in un altro libro o recitato in un film, commedia, musical e quant’altro;
  • quando video e/o immagini verrano montati in un collage, videoclip, medlay e situazioni simili
  • ogni qual volta un’opera dell’ingegno o parte di essa verrà riprodotta a scopo di lucro.

Tali e tante sono le variabili che sottostanno al meccanismo dei diritti d’autore che è praticamente impossibile quantificare a priori quanto un brano, un libro, un software e quant’altro possano farci guadagnare. Se prendiamo ad esempio una canzone, con essa si guadagna in diritti d’autore dalla vendita del CD o altro supporto fisico, dalle esecuzioni dal vivo del brano effettuate dallo stesso autore, dalle cover, dalle diffusioni radiofoniche, dai download dagli store digitali, dallo streaming su piattaforme tipo Youtube e dall’inserimento del brano in colonne sonore di opere della natura più varia. Una cosa sola è certa: per fare tanti soldi con i soli Diritti d’Autore è necessario fare tante, ma proprio tante, vendite e, in ogni caso, le royalties garantiscono molti più soldi dei Diritti. Ma, a meno che non vi chiamate Pink Floyd e pubblichiate un album che si chiami The Dark Side fo the Moon, il grosso della monetizzazione delle royalties avviene praticamente a ridosso della pubblicazione del nostro lavoro (brano musicale, libro o altro) o, al più, nei mesi immediatamente successivi ad essa, i Diritti d’Autore verranno riscossi vita natural durante e potranno vivere dei momenti di inaspettati picchi di incassi per i motivi più svariati: pensate al brano Un’Estate Italiana, scritto da Giorgio Moroder in occasione dei Mondiali di Calcio in Italia del 1990 (con testo italiano a cura di Gianna Nannini e Edoardo Bennato), dopo essere stato un tormentone discografico nell’anno dei Mondiali in cui vendette milioni di copie, è praticamente scomparso per 31 anni fino a tornare ad essere un brano ascoltato in ogni dove e in ogni momento dopo la recente vittoria dell’Italia al Campionato Europeo. Moroder, Nannini e Bennato ringraziano la nazionale italiana perchè il saldo che la SIAE riconoscerà loro a fine anno avrà qualche “zero” in più.

Sfatiamo un mito

Spesso si legge o si sente dire che la SIAE esista solo in Italia: Bufala!

Ovviamente nelle altre nazioni ha altri nomi, costi e caratteristiche ma in quasi ogni nazione esiste un ente simile per funzioni e attività alla SIAE che tutela gli autori e gli editori e fa da tramite tra coloro che producono arte e coloro che la eseguono, trasmettono e utilizzano in ogni modo.

Sebbene ad alcuni il concetto di dover pagare una tassa sulla sua arte (per ogni brano, libro, film ecc. di cui si richiede la tutela, l’autore deve infatti pagare un contributo), in realtà il ruolo di queste agenzie è importantissimo per gli autori stessi che altrimenti non vedrebbero quasi mai riconosciuti i loro diritti per l’impossibilità di essere ubiqui e onniscienti. La SIAE e gli altri enti simili, invece, con il meccanismo della consegna del borderò alla fine di ogni spettacolo (un documento in cui l’esecutore elenca i brani eseguiti e gli autori degli stessi), possono garantire che buona parte dei Diritti d’Autore vengano incassati dagli aventi diritto e, tramite l’interscambio di dati tra le varie agenzie nazionali, questi verranno riscossi ovunque nel mondo.

Foto di RegioTV da Pixabay

In ogni caso dobbiamo sfatare una “bufala nella bufala” in quanto l’iscrizione alla SIAE per la salvaguardia dei propri diritti non è affatto obbligatoria in quanto esistono altri metodi legali per tutelarne almeno la paternità: basta auto-inviarsi una raccomandata con ricevuta di ritorno (da non aprire mai se non alla presenza del giudice) con all’interno il CD che si è appena registrato per dimostrare in maniera inconfutabile che alla data della missiva quei brani erano stati composti da voi e chiunque pubblichi una canzone simile alla vostra in una data posteriore è passabile di condanna per plagio.

Tornando alla “bufala” di cui abbiamo parlato poco sopra l’unica cosa che c’è di vero è che gli stati soggetti alla Civil Low (Italia, Francia, Germania e Comunità Europea in generale) tutelano il Diritto d’Autore per come lo abbiamo descritto in questo articolo mentre nelle nazioni in cui il sistema legislativo è basato sul principio della Common Low (UK, USA) si tutela il principio del copyright che è leggermente differente… ma di questo parleremo in un articolo dedicato!

Cos’è la crisi dei microchip, e cosa rischiamo noi consumatori.

Viviamo in un’epoca in cui molti di noi si ritrovano ad avere componenti elettroniche inserite anche all’interno degli occhiali, e ovunque volgiamo lo sguardo vedremo qualcosa che funziona grazie ai microchip. Ma c’è un problema: così come i prodotti cui danno vita, anche gli stessi microchip – come qualsiasi altro componente di una catena di montaggio – devono essere costruiti, necessitano di materie prime e devono essere trasportati da una parte all’altra del mondo per essere assemblati, e se un solo ingranaggio delle fasi di produzione si inceppa, c’è il serio rischio che l’intera filiera industriale del pianeta ne risenta… ed è proprio ciò che sta accadendo in questo momento. 

La crisi nella crisi.

Su tutti i giornali in questi giorni campeggiano le solite drammatiche notizie sul Covid-19, quelle che parlano di calcio con Superlega e Inter Campione d’Italia, Fedez vs Rai e poi, più nascosta, andando a cercare all’interno delle rubriche di tecnologia o di economia, troviamo una notizia che è più seria e degna di attenzione di quanto potremmo aspettarci: il mercato mondiale dei microchip e dei semiconduttori è in crisi.

Ebbene sì, anche a causa delle chiusure imposte in tutto il mondo per contenere la diffusione dell’epedemia, le aziende che producono microchip e semiconduttori, concentrate soprattutto in Cina, Corea del Sud e, soprattutto, Taiwan, hanno dovuto temporaneamente chiudere i battenti oppure si sono trovate a corto di materie prime (il silicio su tutte) poichè, a loro volta, i siti di estrazione e lavorazione delle stesse hanno subito chiusure e rallentamenti. Ciò, di conseguenza, ha causato l’impossibilità per le aziende produttrici di componenti elettroniche di rispettare i tempi delle consegne degli ordini pregressi e, in un inevitabile effetto a catena, anche le aziende clienti hanno dovuto rallentare se non fermare completamente gli impianti.

E’ proprio di ieri, ad esempio, la notizia che lo stabilimento FIAT di Melfi verrà chiuso per una settimana e i 7.000 dipendenti posti in cassa integrazione, proprio per la mancata consegna degli indispensabili componenti elettronici da installare nelle autovetture e, sempre ieri, il CEO di Volkswagen ha affermato che la crisi durerà almeno fino al prossimo inverno.

Ovviamente, questa crisi non colpisce soltanto il settore dell’auto ma tutti le aziende che hanno a che fare con l’elettronica: quelle informatiche, i produttori di TV e cellulari, di elettrodomestici, di giocattoli, di strumenti musicali, di smartclothes, industria aerospaziale, ecc. ecc..

Foto di mika mamy da Pixabay

Crisi&consumi.

Ciò non è dovuto soltanto al blocco o rallentamento delle varie industrie interessate alla lavorazione del silicio ma anche all’impennata della richiesta di beni informatici: si pensi al lavoro da casa (no, noi non lo chiamiamo “smart working” perchè è un anglicismo inventato da noi italiani… ma questa è un’altra storia) a cui nell’ultimo anno si è fatto ricorso in una maniera mai vista prima (e che probabilmente mai più si rivedrà) che ha dato vita ad una massiva richiesta di nuovi PC e tablet; si pensi ai vari incentivi economici che soprattutto i governi occidentali, hanno promosso per rinnovare automobili, elettrodomestici e attrezzature elettroniche varie per dare una scossa all’economia altrimenti ferma; si pensi all’impennata di acquisti su prodotti come bici e monopattini elettrici fino a pochi mesi fa considerati beni di nicchia.

Va da sé che per le semplici regole della domanda e dell’offerta, l’industria elettronica si trova in una pericolosa fase di stallo: la domanda cresce esponenzialmente mentre la produzione si ferma. Quali saranno le conseguenze di tutto ciò?

Ebbene, com’è facilmente intuibile, a farne le spese saranno gli utenti finali che probabilmente assisteranno ad un considerevole aumento dei prezzi dei beni più richiesti. Questo non è dovuto tanto all’impennata dei costi di materie prime e semilavorati (di silicio ce n’è in abbondanza – è il secondo componente più presente sulla crosta terrestre dopo l’ossigeno, basta tornare ad estrarlo – e, come possiamo vedere da questo link, i prezzi dei microchip fatti e finiti sono quasi irrisori, tanto che, anche decuplicandone il prezzo per via della scarsa disponibilità, l’effetto sul costo di un’autovettura o di un elettrodomestico non sarà particolarmente incisivo) ma al fatto che, bloccandosi la produzione, il prezzo dei prodotti finiti ancora nei magazzini potrà subire un’impennata considerevole proprio in virtù dell’alta domanda che si avrà degli stessi e non tanto per il loro costo di produzione.

Foto di Слава Вольгин da Pixabay

Crisi&lavoro.

Ma gli annessi&connessi della vicenda non finiscono qui: essendo le aziende già in ritardo di mesi nell’evadere ordini già perfezionati, ciò inciderà anche sulle strategie di mercato precedentemente pianificate delle stesse. Dovendo ancora produrre, distribuire e vendere beni di questa stagione di mercato, probabilmente molte aziende fermeranno temporaneamente i loro reparti dedicati alla ricerca, allo sviluppo e al restyling dei prodotti da mettere in commercio nei prossimi anni, con una conseguente ricaduta sul mondo del lavoro e sui bilanci delle nazioni che verranno gravate da ulteriori richieste di cassa integrazione e altri ammortizzatori sociali.

Varie aziende e nazioni occidentali stanno cercando di porre rimedio al problema affrettandosi ad aprire o riconvertire stabilimenti per produrre in loco microchip e sopperire alle mancate consegne dall’Oriente. Ma questa operazione richiederà tempo e quando in Asia i livelli di produzione torneranno a regime – con la forza dei loro prezzi più basi e dello know-how accumulato negli anni – cosa ne sarà di questi nuovi stabilimenti/macchinari e dei loro dipendenti?

Insomma, la crisi di un componente industriale così piccolo ed economico, qual è il microchip, rischia di aggravare dal punto di vista economico quella che già è un’epoca che, a causa della pandemia da Covid-19, sta già vivendo una tempesta perfetta che sta scardinando le sempre più fragili certezze dell’uomo moderno.

Speculare con i futures: Eddie Murphy ci insegna come!

Il mondo della finanza è pieno di insidie, trabocchetti e sotterfugi degni di un romanzo fantasy e solo i più esperti e spregiudicati operatori di borsa riescono a padroneggiarli tutti e ad adattarli alle situazioni che vanno via via verificandosi durante le contrattazioni. In fondo non è un caso se quello della borsa ha la nomea di essere un mondo popolato da squali. Una delle forme di speculazione più redditizie è quella relativa ai futures e per spiegarlo prenderemo ad esempio l’ultima scena del famosissimo film  “Una Poltrona Per Due” in cui i due protagonisti – interpretati da Eddie Murphy e Dan Aykroyd – diventano ricchi grazie a tale spericolata manovra finanziaria.

La finanza non è un gioco per tutti.

Se per diventare ricchi grazie alla finanza bastasse una laurea in economia, probabilmente in Italia ci sarebbe un milionario in ogni famiglia e i McDonald’s non saprebbero più come reperire personale (questa, ovviamente, non è una critica ai laureati che per sopravvivere accettano qualsiasi lavoro, ma al sistema che non ha voluto/saputo tutelare il loro percorso di studi).

Purtroppo, nella realtà dei fatti, per emergere nel mondo delle borse e della finanza, oltre ad una profonda conoscenza dell’ambiente e delle materie economiche, servono altre doti che nessuno insegna a scuola, quali il cinismo e la spregiudicatezza, che è più facile apprendere nella vita “da strada” che nelle aule universitarie: senza queste doti – che non devono per forza essere caratteriali, ma sicuramente insite nell’approccio al lavoro – difficilmente un operatore potrà lanciarsi in ardite manovre speculative tramite le quali si può finire in bancarotta o diventare ricchissimi.

Speculare sui futures.

Uno dei casi più spericolati di speculazione è quella relativa ai futures, argomento trattato magistralmente nel film commedia del 1983 “Una Poltorna per Due“, interpretata da Eddie Murphy e Dan Aykroyd.

Spieghiamo rapidamente cosa sono i futures: con questo termine si intendono dei contratti tramite i quali due soggetti – un venditore e un compratore – si accordano nella compravendita di un bene con pagamento in una futura data prestabilita ad un prezzo, a sua volta, prestabilito. A tale tipo di contrattazione soggiace un’alea dovuta al fatto che, non essendo possibile conoscere in anticipo il valore certo di quel bene in quella data futura, compratore e venditore devono cercare di strappare alla controparte il miglior prezzo ipotizzabile al momento della stipula del contratto.

Esempio: Mario e Gino stipulano il 7 novembre un contratto (future) con cui il primo si impegna a pagare al secondo, il 3 marzo seguente, le mele da questi prodotte al prezzo di un euro al chilo. Indipendentemente da quale sarà il valore di mercato delle mele alla data pattuita, Mario dovrà quindi pagare tassativamente 1 euro per ogni chilo di frutta che Gino gli fornirà. Se il valore effettivo di mercato delle mele al 3 marzo sarà di 80 centesimi, Mario avrà quindi perso 20 centesimi del suo investimento per ogni chilo di mele acquistato, Gino, al contrario, li avrà guadagnati. Se, invece, il valore delle mele dovesse essere di 1,20 euro, sarà Mario ad aver guadagnato 20 centesimi al chilo e Gino li avrà persi.

I contratti futures come quello riportato nell’esempio sono sostanzialmente procedure all’ordine del giorno e perfettamente legali. Ma, grazie al film che tutti noi abbiamo visto decine di volte nei giorni delle feste di natale, possiamo vedere come si può speculare con essi.

Senza andare nei dettagli della trama del film, a noi basta soffermarci sugli ultimi 8 minuti dello stesso, quelli che si svolgono all’interno della borsa di New York. In queste scene, i due simpatici protagonisti, essendo venuti a conoscenza tramite un dossier riservato del fatto che la produzione di arance nella stagione successiva sarebbe stata in linea con le passate e che, conseguentemente, il prezzo degli agrumi non avrebbe avuto particolari scossoni rispetto a quello degli anni precedenti, per mettere fuori gioco i loro avversari – i fratelli Duke, abili e stimati investitori finanziari che però avevano cercato di rovinare le vite dei protagonisti con una scommessa alle loro spalle – fanno loro recapitare un falso dossier ministeriale in cui viene anticipato che il raccolto delle arance sarà invece bassissimo a causa del rigido inverno.

Per la logica della domanda e dell’offerta, se la richiesta di un bene sale, minore sarà la sua disponibilità sul mercato e maggiore sarà il suo valore. Così, i fratelli Duke, convinti che la produzione di arance sarà bassa, danno mandato al loro agente di comprare futures sulle arance a qualunque costo, certi che l’investimento verrà ripagato dalla rivendita delle poche arance che verranno prodotte che, dalle informazioni mendaci in loro possesso, toccheranno cifre esorbitanti subito dopo la raccolta.

A questo punto, tutti gli operatori di borsa, vedendo che i fratelli Duke hanno iniziato la seduta comprando a spron battuto futures sulle arance, facendone lievitare il prezzo, hanno deciso di seguire l’esempio dei prestigiosi colleghi acquistando a loro volta. I due personaggi interpretati da Murphy e Aykroyd, invece, sono rimasti in attesa, ad osservare la quotazione delle arance salire vertiginosamente sui tabelloni.

Ad un certo punto Aykroyd grida “Vendo 200 aprile a 1,42!” che, “tradotto”, significa: vendo 200 futures con pagamento ad aprile a 1,42 dollari per ogni libbra di arance. Gli altri operatori, convinti che il prezzo di vendita promesso da Aykroyd fosse molto basso e quindi vantaggioso, iniziarono a comprare i suoi futures e, di conseguenza, il prezzo delle arance iniziò a calare. A metà seduta, come previsto, il segretario del dipartimento agricoltura americana, lesse in diretta TV la stima della produzione di arance per l’anno a venire che, come i due protagonisti sapevano già, sarebbe rimasto pressocchè invariato rispetto al solito, mantenendo così gli agrumi ad un prezzo relativamente basso. Tale annuncio scatena un’ondata di vendite da parte degli investitori che fanno ulteriormente precipitare il prezzo delle arance e, a quel punto, Aykroyd e Murphy, cominciano a comprare futures al prezzo irrisorio di 29 centesimi per libbra.

La strategia dei due protagonisti è stata semplice: da una parte piazzare 200 futures di vendita per il prossimo aprile ad un buon prezzo (1,49 dollari per libbra), dall’altra fare incetta di ottimi futures di acquisto, nello stesso mese, a prezzo bassissimo, 29 centesimi per libbra.

Quanto hanno guadagnato Murphy e Aykroyd con la loro speculazione?

Poniamo che il prezzo di mercato delle arance nel fatidico mese di aprile dell’anno in cui è stato ambientato il film è arrivato ad un dollaro per libbra da ciò consegue che i protagonisti del film, dai loro 200 futures di vendita piazzati a 1,49 dollari a libbra, andranno a guadagnare 49 centesimi per libbra venduta (nel film non è specificato ma, nella vita reale, ad ogni simile contratto futures piazzato corrisponderebbero diverse tonnellate di arance). Allo stesso tempo però i due si sono accaparrati un ingente quantitativo di futures di acquisto all’irrisorio prezzo di 29 centesimi per libbra che garantisce loro un risparmio netto di 71 centesimi per libbra acquistata. Se quindi moltiplichiamo questi enormi margini – di guadagno da una parte e di risparmio dall’altra – per le tonnellate di arance scambiate ne verrà fuori un ricavo enorme.

Foto di Mediamodifier da Pixabay

Dall’altro lato, invece,  i fratelli Duke – gli antagonisti – avendo dato mandato al loro agente di comprare a qualsiasi costo, impegnando il loro intero capitale, si troveranno nella condizione di non poter mai pagare tutti i futures acquistati poichè non riuscirebbero mai ad ottenere un guadagno sufficiente, dato che il prezzo delle arance sarà relativamente basso.

Dov’è il reato?

Sembrerà strano, ma nel momento dell’uscita del film, nel 1983, quanto fatto da Aykroyd e Murphy nella finzione cinematografica, negli USA era pienamente legale. Oggi però, almeno in quasi tutti gli stati occidentali (USA inclusi), non sarebbe più possibile effettuare questo tipo di operazione perchè si compirebbe il reato di insider trading che, in Italia, prende il nome di abuso di informazioni privilegiate. I personaggi interpretati da Murphy e Aykroyd, infatti, riescono ad attuare la loro strategia perchè erano venuti a conoscenza di un dossier riservato che, come tale, non avrebbe dovuto essere divulgato a nessuno proprio per evitare le speculazioni fiananziarie.

Questo illecito si compie quindi quando un soggetto, venendo a conoscenza di informazioni riservate, le usa per favorire i suoi interessi.

Foto di Clker-Free-Vector-Images da Pixabay

In Italia tale abuso è disciplinato dal Decreto Legislativo n°58 del 1998 mentre, negli USA, bisognerà attendere solo il 2010 perchè vengano emanati provvedimenti legislativi analoghi e, proprio in quell’occasione, il Presidente dell’autorità americana che monitora l’andamento dei futures, richiamandosi al film di cui abbiamo abbondantemente parlato, ha scherzosamente denominato le nuove normative Eddie Murphy Rules, nome con il quale vengono ancora oggi abitualmente chiamate.

Privacy, cookie e termini di servizio
Questo sito contribuisce felicemente alla audience di sè stesso.
pagare.online
Seguici su Telegram ❤️ ➡ @trovalost
Pagare.online by Capolooper.it is licensed under CC BY 4.0 - Il nostro network: Lipercubo - Pagare - Trovalost .