Archives Luglio 2021

Come disdire una carta prepagata

Fare disdetta di una carta prepagata significa comunicare al suo emittente la propria volontà, di non volerla più usare ed esserne titolare nei modi possibili. La disdetta richiede una comunicazione formale del possessore e titolare della carta, che deve essere trasmessa all’emittente che può essere una banca oppure una società finanziaria come una fintech. Bisogna comunque far riferimento a dove è stata richiesta ed ottenuta per rivolgersi al giusto emittente.

Un primo modo per comunicare la propria disdetta consiste nell’inviare una raccomandata postale con ricevuta di ritorno all’emittente, possibilmente prima della scadenza del relativo contratto e alll’indirizzo di destinazione specificato nel prospetto informativo. Si consiglia di comunicarla con un giusto periodo di anticipo previsto nel contratto di acquisto della carta prepagata, anche di 2 mesi circa rispetto alla sua prima scadenza annuale successiva. Si dovranno specificare nella raccomandata postale i dati necessari per la sua possibile accettazione, che sono ad esempio: il nome e cognome del richiedente, il numero e la scadenza della sua carta prepagata. Si tratta di informazioni necessarie anche per rendere valida ed accettabile la propria comunicazione di disdetta inviata, tramite la raccomandata con ricevuta di ritorno. Bisogna anche allegarci una fotocopia del proprio documento di identità valido e la carta deve essere anche restituita all’emittente, inserendola nella busta usata per fare la raccomandata postale e la si può anche tagliare per renderla inutilizzabile.

Un diverso ed ulteriore modo è quello di poter fare la disdetta della propria carta trasmettendo una comunicazione valida all’emittente con la PEC, cioè usando il proprio indirizzo di posta elettronica certificata e la relativa casella. Sarebbe una modalità alternativa alla raccomandata postale con ricevuta di ritorno, per fare la propria disdetta anche più velocemente e comodamente ma purtroppo non è sempre accettabile. Ci sono infatti alcune banche o altre società emittenti che non accettano questa modalità di comunicazione della disdetta, nonostante la PEC sia diventato uno strumento diffuso e con la stessa validità di una raccomandata postale con ricevuta di ritorno. I documenti o altre comunicazioni inviate con la PEC hanno la stessa validità legale, di quelli trasmessi in forma cartacea e con una raccomandata postale. Entrambi permettono di avere la conferma con una ricevuta di risposta dell’avvenuta consegna ed accettazione di una propria comunicazione inviata al destinatario.

Un altro modo anche comodo per fare una disdetta utile della propria carta prepagata consiste nel rivolgersi direttamente allo sportello, ad esempio: della banca emittente per la comunicazione portandosi un documento di identità valido, il codice fiscale ed ovviamente la carta da restituire. La banca emittente farà compilare e firmare dei moduli per la propria comunicazione scritta e di disdetta ed in pochi minuti l’operazione sarà finita. Si recede anche dal contratto iniziale stipulato e sottoscritto per avere la carta prepagata richiesta facendo una propria valida disdetta comunicata, e accettata dall’emittente.

PERCHE’ BISOGNA FARE UNA COMUNICAZIONE DI DISDETTA DELLA PROPRIA CARTA PREPAGATA

Se non si vuole più utilizzare la propria carta prepagata, bisogna comunque mandare la comunicazione di disdetta
per non avere un rinnovo automatico del contratto alla sua prima scadenza. Non si può neanche aspettare la scadenza del relativo contratto di acquisto ed emissione per fare la propria disdetta della carta, perché c’è la possibilità che non sia accettata. Si avrà di conseguenza ancora la stessa carta prepagata valida ed utilizzabile se non scaduta, per fare i propri pagamenti pur non volendo.
La comunicazione di disdetta serve anche per non utilizzare più la stessa carta prepagata anche se scaduta, ma si può fare esercitando il proprio diritto di recesso dal contratto stipulato precedentemente per il suo rilascio. Bisogna recedere dal contratto e se a tempo indeterminato, lo si può fare in qualunque momento non pensando che arrivando alla scadenza, la propria carta non sarà più utilizzabile senza riceverne una nuova e con un rapporto contrattuale finito. Sono possibili infatti dei rinnovi automatici se stabiliti in determinati contratti, ricevendo comunque una nuova carta prepagata dello stesso tipo alla scadenza di quella attualmente posseduta, anche se non voluta e con la continuazione di un rapporto contrattuale con lo stesso emittente.

POSSIBILI MOTIVAZIONI PER FARE LA DISDETTA DI UNA CARTA PREPAGATA

Una delle principali motivazioni per comunicare la disdetta della propria carta, consiste nel non volere l’applicazione di condizioni economiche più onerose e svantaggiose, di quelle precedenti. Una diversa motivazione può essere quella di non voler continuare a sostenere dei costi decisi contrattualmente, anche se non si ha più intenzione di usarla. Si può voler fare la disdetta della carta anche perché il canone annuale di gestione è aumentato, senza essere più conveniente e sostenibile economicamente come prima.

La comunicazione di disdetta della propria carta prepagata si può giustificare anche per la decisione di voler pagare dei beni e servizi acquistati solamente in contanti per l’acquisto diretto nei negozi e supermercati presenti sul territorio che online. Si tratta di una decisione che si può prendere se si ritiene che pagare in contanti, sia sempre più conveniente e comodo anche per abitudine e per evitare di pagarci delle commissioni applicabili sui propri acquisti fatti.

Una motivazione ulteriore per la propria disdetta della carta, è anche il non avere più fiducia ed una buona impressione nei confronti, ad esempio: di una banca emittente, per una notizia avuta su delle operazioni illecite commesse o perché è stata coinvolta in uno scandalo finanziario. Si può voler recedere dal contratto di emissione della carta prepagata facendone la disdetta, anche per averne una più conveniente economicamente per i costi di gestione richiesti e quindi cambiando anche il circuito di pagamento utilizzabile e il relativo emittente.

CONSEGUENZE DELLA DISDETTA DI UNA CARTA PREPAGATA ANCHE PER IL RIMBORSO DEL SUO CREDITO DISPONIBILE

La comunicazione della disdetta con la sua validità alla prima scadenza del contratto, rende inutilizzabile totalmente una determinata carta prepagata anche se non ancora restituita. Non ci si potranno più fare quindi neanche dei prelevamenti di denaro da un bancomat o postamat, o direttamente allo sportello dell’ufficio. La carta dovrà essere anche restituita all’emittente quando viene fatta la disdetta con una raccomandata postale e con ricevuta di ritorno, oppure direttamente allo sportello di una banca emittente o istituto di credito associale.

Se si ha ancora del credito disponibile sulla propria carta prepagata, bisogna usarla necessariamente prima di fare la disdetta o senza aspettare che sia valida con i suoi effetti alla scadenza utile di un contratto, per poterci prelevare la somma rimasta accreditata avendone il suo rimborso.

Conviene quindi usarla per prelevarci da uno sportello bancomat o postamat abilitato la propria somma ancora disponibile, se si vuole evitare di perderla non avendone il rimborso prima che la carta diventi inutilizzabile.

Si può chiedere ed ottenerne il rimborso in contanti della somma ancora disponibile sulla propria carta prepagata, anche da parte dell’impiegato, al momento di fare la disdetta ma direttamente allo sportello di una banca o delle Poste.
Si può perdere l’intera somma ancora disponibile ed accreditata, quando la carta prepagata per la disdetta comunicata è già stata restituita, oppure quando è diventata inutilizzabile per l’efficacia della precedente comunicazione di disdetta e senza averla usata per prelevarci il proprio credito residuo o avendone richiesto il suo rimborso.

Foto di Michal Jarmoluk da Pixabay

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Canone RAI: cosa cambia col nuovo Decreto, quando si paga, chi deve pagarlo

Oggi parleremo del canone RAI, approfondendo le recenti notizie in merito e facendo un po’ mente locale, per così dire, sull’argomento.

Che cos’è il canone RAI?

Il canone di abbonamento alla TV è un importo fisso di 90€ / anno, dovuto da chiunque possieda un apparecchio TV che si paga una sola volta all’anno e una sola volta a famiglia, a condizione che i familiari abbiano la residenza nella stessa abitazione (fonte).

Il canone non è una tassa, ma è un tributo che i cittadini, a determinate condizioni, sono tenuti a versare allo Stato italiano, con alcune eccezioni che vedremo a fine di questo articolo (leggi qui). Il canone RAI andrebbe peraltro chiamato, più correttamente, canone televisivo o canone TV, in quanto riguarda il possesso di un apparecchio TV e non il fatto di “guardare la RAI” come molti sono portati a credere, soprattutto sui social. Se io non guardo la RAI, detta in altri termini, non posso chiedere l’esenzione dal canone TV perchè, ovviamente, nella vita non sempre è tutto così semplice.

Devo pagare il canone RAI / Abbonamento TV?

In genere , quasi tutti sono tenuti al pagamento in Italia, con le eccezioni indicate di seguito. Chiunque possieda in casa una televisione deve pagare l’abbonamento tv, perchè il pagamento è vincolato al possesso di una TV o apparecchi analoghi (tablet, computer, ad esempio), e non al fatto che uno guardi o meno i programmi.

Cosa cambia per il canone RAI “tolto” dalla bolletta della luce?

Ancora formalmente nulla, ma se ne sta discutendo nelle sedi istituzionali. Aggiornamento: sembra che il canone rimarrà in bolletta, per cui le voci di questo articoli non sono confermate nella realtà (fonte).

La nuova norma, attualmente in discussione e non ancora ufficializzata al momento in cui scriviamo, prevede la cancellazione dalla bolletta elettrica del pagamento del canone televisivo; quelle 9 € al mese in più, per 10 mesi e per un totale di 90€ / anno, che vennero introdotte del 2015 dal Governo Renzi e mai era stata toccata da allora. La misura aveva, per l’epoca, lo scopo di limitare l’evasione del tributo, che dal 30% arrivò a solo il 4%. Ad oggi, sembra che Draghi abbia deciso di rivedere questa legge, per cui in teoria potrebbe essere introdotta e potremmo, anche se non è dato sapere da quando, trovarci qualcosa in meno da pagare in bolletta.

La manovra in questione è stata effettuata per seguire le indicazioni dell’Unione Europea, che vorrebbe eliminare dalle bollette gli oneri non legati al consumo energetico come sarebbe, nello specifico, il canone RAI stesso. Del resto questa imposta, che – lo ricordiamo – fa riferimento al canone televisivo in generale e non a quello RAI nello specifico (per cui la dicitura “canone RAI” sarebbe a questo punto impropria), risale addirittura ad un Decreto Regio del 1938, in cui si obbligava i possessori di radio a corrispondere un canone di abbonamento annuale (“Chiunque detenga uno o più apparecchi atti od adattabili alla ricezione delle radioaudizioni è obbligato al pagamento del canone di abbonamento, giusta le norme di cui al presente decreto“). La legge è stata modifica e modernizzata a più riprese, negli anni successivi, e da’ per scontato che il segnale di trasmissione sia fruibile da tutti gratuitamente e senza considerare, come in effetti avviene ad oggi, la possibilità che esistano segnali criptati (come quelli satellitari o in streaming che sono visibili, di per sè, dietro pagamento di un abbonamento a parte).

Il canone RAI è soggetto ad IVA al 4% e tassa di concessione governativa, ed è opportuno bandire i facili entusiasmi: quella manovra porta nelle casse dello stato circa 1,7 miliardi (fonte), per cui la voce circola ed è ancora una decisione tutta da discutere. Appare improbabile che venga del tutto abolito per cui, anche se in forma diversa, è parecchio probabile che continueremo a pagarlo.

Quando non si paga il canone RAI?

Per non pagare il canone i casi contemplati ad oggi per quello che riguarda l’esenzione dal tributo (che quindi non sono tenuti a pagare il canone) sono i seguenti:

  • dietro dichiarazione firmata, una volta all’anno, di chi dichiari di non possedere una TV o apparecchi analoghi in casa;
  • se si è militari delle forze Nato di cittadinanza straniera;
  • militari delle Forze Armate, relativamente agli apparecchi negli ospedali militari, case del soldato e sale convegni
  • Agenti diplomatici e consolari
  • Rivenditori e riparatori TV
  • Imbarcazioni da diporto
  • Radio, collocate presso abitazioni private
  • Autoradio
  • Anziani con età pari o superiore a 75 anni, con reddito proprio e del coniuge non superiore complessivamente a 6713,98 euro annuali, senza conviventi, e detenzione di apparecchi televisivi solo nel luogo di residenza.

Come è possibile vedere, quindi, i casi di cittadini che non devono pagare il canone devono essere adeguatamente documentati e sono piuttosto specifici.

Photo by Kelly Sikkema on Unsplash

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Che cos’è una fideiussione bancaria?

Cos’è la fideiussione bancaria?

Molto spesso coloro i quali vogliono perseguire un progetto ambizioso non presentano i soldi sufficienti per poter procedere alla realizzazione dell’investimento, a tal proposito una delle soluzioni che permette di poter realizzare le proprie ambizioni è rappresentata dall’istituto di credito ovvero dalla banca, la quale – una volta esaminata la documentazione necessaria – potrà procedere alla concessione di un finanziamento con fideiussione bancaria.

La peculiarità della fideiussione bancaria è relativa al fatto che la banca si configura in questo contesto come garante del prestito che viene concesso a quelli che ne fanno richiesta.

La fideiussione bancaria rappresenta una soluzione ottimale per tutti coloro i quali vogliono realizzare un determinato progetto o investimento, ma non hanno sufficienti risorse. Essa rappresenta infatti una opportunità che consente di poter realizzare i propri progetti, siano essi lavorativi o personali. Un esempio a tal proposito può essere rappresentato dall’acquisto di un abitazione, o anche dalle spese relative alla ristrutturazione. La fideiussione bancaria rappresenta un opportunità anche per gli imprenditori, i quali desiderano effettuare degli investimenti sulla loro impresa tra i quali ad esempio si può citare l’acquisto di attrezzature e di macchinari.

In termini tecnici la fideiussione bancaria può essere definita come quella particolare procedura attraverso la quale la banca si impegna a soddisfare l’obbligazione nella circostanza in cui chi ha stipulato il contratto di fideiussione con la banca si trovi nelle condizioni di non poter più adempiere al pagamento del proprio debito ovvero della propria obbligazione.

Il contratto di fideiussione bancaria viene regolato dal codice civile all’interno dell’articolo 1936 nel quale si stabilisce che il fideiussore ovvero la banca si configura come garante del pagamento di colui il quale si configura come debitore nei confronti dei terzi. L’articolo in questione stabilisce inoltre che la banca in caso di mancato adempimento da parte del debitore si impegna a soddisfare l’obbligazione nei confronti del creditore in modo unilaterale.

In genere, la fideiussione bancaria viene richiesta dai creditori nel momento in cui questi ultimi stipulano un contratto di carattere economico o finanziario con un soggetto. La fideiussione bancaria rappresenta infatti per il creditore una forma di garanzia in quanto offre loro la certezza di ottenere il soddisfacimento dell’obbligazione ovvero l’adempimento del pagamento

Vi sono dei limiti di credito relativi alla fideiussione?

Una delle questioni maggiormente rilevanti relative alla fideiussione bancaria si configura con riferimento alla presenza di limiti di credito in ordine alla concessione della fideiussione bancaria. In sostanza, è necessario comprendere se effettivamente vi siano dei limiti imposti dalla legge che devono essere rispettati. A tal proposito, occorre precisare che attualmente la legge non prevede in alcun modo dei limiti di credito relativamente alla concessione della fideiussione bancaria.

Occorre tuttavia precisare che seppur quanto appena detto è vero nel momento in cui viene operata alla banca una richiesta di concessione della fideiussione bancaria quest’ultima procede a verificare che il debitore sia in grado di poter adempiere al pagamento dell’obbligazione. La banca prima di processare la richiesta di concessione della fideiussione bancaria si tutela infatti svolgendo delle verifiche sulla situazione patrimoniale ed economica del soggetto che pone in essere la richiesta di concessione della fideiussione bancaria. Ovviamente le verifiche e le analisi in questione sono dirette ad accertare che il soggetto che pone in essere la richiesta sia in grado di assolvere ed adempiere al pagamento dell’obbligazione nei confronti del creditore.

In genere, le banche al fine di cautelarsi prima di procedere alla stipula del contratto di fideiussione bancaria introducono una così detta contro fideiussione nei confronti di colui il quale stipula il contratto con la banca. La suddetta clausola tutela la banca, la quale pone il debitore in condizione di poter conseguire la somma di denaro mancante nell’ipotesi in cui quest’ultimo non sia in grado di adempiere all’obbligazione.

Quali condizioni pone la banca nel momento in cui viene operata una richiesta di concessione della fideiussione bancaria?

In considerazione del fatto che nella fideiussione bancaria la banca rappresenta il garante del prestito quest’ultima prima di procedere alla stipula del contratto generalmente pone in essere delle richieste al contraente. In genere, la banca richiede al contraente di procedere al deposito a titolo di cauzione di denaro in contanti oppure di titoli in azioni.
Oltre a tale richiesta prima di procedere alla stipulazione del contratto di fideiussione bancaria la banca procede all’invio della fideiussione alla centrale di rischio. Questa segnalazione è finalizzata a fare in modo che il debitore possa onorare il proprio debito con la banca. In sostanza, la segnalazione alla centrale di rischio mette il debitore in una situazione particolare che impedisce a quest’ultimo di ottenere ulteriori finanziamenti o prestiti presso qualunque tipologia di istituto di credito. In sostanza la banca vuole che il debitore si possa concentrare in modo esclusivo sul debito contratto con lei contratto.

Quali sono le tempistiche affinché sia possibile conseguire una fideiussione bancaria?

Un ulteriore questione particolarmente rilevante relativamente al contratto di fideiussione bancaria si configura con riferimento alle tempistiche minime e necessarie affinché sia possibile conseguire la fideiussione

In genere la procedura presenta una periodo di circa due o tre settimane nel quale la banca opera tutte le verifiche analitiche relative alla situazione economica e patrimoniale del contraente. Solo in seguito allo svolgimento di tali operazioni di routine la banca è in grado di offrire una risposta al contraente sia essa negativa o positiva. In sostanza, per poter ottenere una fideiussione occorre attendere almeno due o tre settimane le quali corrispondono al periodo di tempo necessario alle banche per effettuare tutte le verifiche preliminari e per offrire una risposta alla richiesta di concessione della fideiussione bancaria.

Quali sono le tipologie di fideiussione offerte dalle banche?

Occorre precisare che esistono differenti tipologie di fideiussioni bancarie, generalmente le banche offrono una scelta fra due diverse tipologie di fideiussione ovvero la fideiussione solidale e la fideiussione con beneficio d’escussione.

La fideiussione solidale rappresenta una scelta particolarmente indicata nel caso in cui i fideiussori sono rappresentati da un numero minimo di due banche le quali si impegnano ad adempiere alle obbligazioni assunte da colui il quale ha sottoscritto il contratto di fideiussione.

Occorre precisare che in tale tipologia di fideiussione è presente un limite all’interno del quale il fideiussione non è obbligato ad intervenire, pertanto nel caso in cui il debitore non adempie all’obbligazione la banca dovrà procedere all’assoluzione del debito.

Nella tipologia della fideiussione con beneficio di escussione invece la banca ed il beneficiario sono obbligati solo con riferimento all’importo residuo in seguito all’escussione del debitore garantito.

Quali sono i costi relativi alla fideiussione bancaria?

Prima di procedere ad operare una richiesta di concessione di fideiussione bancaria è importante conoscere tutti gli svantaggi e i vantaggi relativi a tale pratica. In particolare prima di operare tale richiesta è importante conoscere quali sono i costi e gli oneri relativi a tale procedura.

In considerazione del fatto che tale procedura prevede il coinvolgimento della banca, i costi possono essere maggiormente rilevanti rispetto al caso in cui la richiesta di concessione di fideiussione bancaria venga operata ad una compagnia finanziaria o assicurativa.

Come detto in precedenza solitamente la banca prima di procedere alla stipula del contratto richiede al contraente di procedere ad un deposito a titolo di cauzione di denaro in contanti o di titoli in azioni.

Oltre a tale cauzione in genere la banca prevede che il contraente debba pagare una somma a titolo di commissione pari all’uno per cento e debba pagare un ulteriore percentuale variabile fra l’uno e il tre per cento la quale viene calcolata ogni trimestre.

Il calcolo della suddetta percentuale avviene in considerazione della cifra del prestito richiesta dal contraente e dalla durata del suddetto.

Ovviamente maggiore sarà la cifra e la durata del prestito e maggiore sarà la percentuale che il contraente dovrà pagare.

Quali sono i documenti che occorre presentare alla banca al momento della richiesta di concessione della fideiussione bancaria?

Per quanto concerne la questione relativa ai documenti che occorre presentare alla banca al momento della richiesta di concessione della fideiussione bancaria questi ultimi sono differenti a seconda che la richiesta in questione sia operata da una persona fisica oppure da una persona giuridica. Qualora la richiesta di concessione della fideiussione bancaria è operata da una persona fisica quest’ultima deve presentare alla banca il proprio documento d’identità, il proprio codice fiscale, almeno due buste paga ed in particolare le ultime due, la visura camerale ed infine il modello unico, il 730 o il cud.

Nell’ipotesi in cui invece la richiesta sia operata da una persona giuridica quest’ultima dovrà presentare alla banca il documento d’identità e il codice fiscale dell’amministratore delegato dell’impresa, un resoconto relativo alla situazione economica, contabile e patrimoniale dell’impresa ed infine il modello unico.

Conclusioni

In conclusione la fideiussione bancaria rappresenta una soluzione ottimale per tutti coloro i quali vogliono realizzare un determinato progetto lavorativo o personale ma non hanno sufficienti risorse. Al fine di ottenere le migliori condizioni possibili si consiglia di non accettare mai il primo preventivo, si consiglia piuttosto di informarsi presso molteplici banche al fine di verificare le diverse alternative che vengono proposte. La suddetta verifica permette infatti di scegliere la proposta ideale alle proprie esigenze e necessità.

Come detto in precedenza la fideiussione bancaria rappresenta inoltre una garanzia e una certezza per il creditore in considerazione del fatto che la banca rappresenta un garante di assoluto rilievo.

Foto di aymane jdidi da Pixabay

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Mining per criptovaluta: come e perché farlo

La parola mining si lega, nella quasi totalità delle circostanze, a quella delle criptovalute; questo proprio perché si tratta del “motore” che permette alle stesse di esistere. Il mondo delle criptovalute sembra, di fatto, essere uscito dalla sua iniziale dimensione di nicchia, assumendo un’importanza considerevole anche nel dibattito finanziario pubblico (sia pure, in molti casi, solo per provare a sminuirne la portata).

In questo contesto può essere interessante approfondire il processo generativo delle criptovalute, come ad esempio Ethereum e Bitcoin (e per estensione tutte le altre disponibili), per poi capire come (e se davvero) sia possibile rendere questo processo automatico, e in qualche modo autogestito. Possiamo davvero, in altri termini, fare mining in casa o in ufficio?

Abbiamo già affrontato sul nostro sito le principali curiosità annesse al bitcoin (come sistema di pagamento alternativo a carta di credito, bonifico e PayPal) e, per estensione, dobbiamo ricordare che quelle considerazioni valgono per qualsiasi altro tipo di criptomoneta. Il processo generativo della moneta decentralizzata mediante blockchain, di fatto, va sotto il nome di mining, e per sua natura richiede una potenza computazionale considerevole.

Tanto considerevole, nello specifico, che i normali PC che usiamo a casa o in ufficio non bastano più da anni.

Vale la pena di soffermarsi un attimo sulla definizione di mining, prima di procedere oltre: similmente a quello che succede per il processo tradizionale di estrazione dell’oro, infatti, il mining coincide con un complesso algoritmo che permette di estrarre informazioni, criptarle e codificarle in modo tale che forniscano valore aggiunto “certificato”. Tale valore aggiunto, in termini finanziari, si assume per il fatto che non tutti sono in grado di effettuare il mining, e proprio per questo vengono introdotte delle commissioni (mining fee) che retribuiscono i miner per il contributo che hanno fornito alla blockchain: messa in modo semplice, quel “tot” di dati che diventa spendibile come criptovaluta.

Generalmente si prendono in considerazione due modi per fare mining, ed entrambi riguardano l’uso di una tecnologia ad altissime prestazioni erogabile sia in locale (installando dei miner in casa, in appositi rack o “armadi” dotato di sistemi di raffreddamento) che in cloud (ovvero sfruttando servizi già pronti all’uso di questo genere). Il mining di criptovaluta veniva storicamente effettuato con computer molto basilari dotati delle migliori CPU disponibili all’epoca; col tempo, pero’, si è visto che il consumo in termini di potenza era troppo alto, tanto da risultare inefficiente per buona parte dei casi pratici.

Le CPU classiche, infatti, per quanto efficienti possano essere – e per quanto onorino la famosa legge di Moore (secondo cui la complessità di qualsiasi microprocessore aumenta ogni anno e mezzo) – non sono adeguate ad effettuare il tipo di calcoli richiesti da un algoritmo “medio” di mining. E questo succede perché, ad esempio, è prevista la cosiddetta proof-of-work, la quale garantisce un aspetto importantissimo per garantire che la cripto generata sia utilizzabile a titolo di moneta: il fatto che non sia falsificabile (e questo lo garantisce la crittografia) e che non offra la possibilità di essere spesa due volte da due persone diverse (il che ovviamente renderebbe non valida la stessa definizione di criptovaluta: tale problema, per la cronaca, è noto tecnicamente come double-spend).

Per questo motivo hanno avuto l’idea di fare uso, in alternativa, della potenza di calcolo delle GPU (Graphics Processing Units), le stesse che sono responsabili del rendering digitale sulla maggioranza dei dispositivi elettronici. Tale tipo di hardware, di fatto, si è rivelato particolarmente adeguato, in termini di velocità ed efficienza, per effettuare i complicati calcoli alla base del processo di mining. Tanto per fare un esempio numerico, una GPU di qualche anno fa riesce a processare circa 3000 operazioni per tempo di clock, quando una CPU dell’epoca poteva processarne solo 4 (di fatto, tre ordini di grandezza in meno). In questo contesto, tecnicamente parlando, gioca un ruolo fondamentale la capacità di parallelizzare le operazioni, che la rende idonea ad effettuare operazioni molto rapide in tempi brevissimi o quasi istantanei. Proprio quello che ci vuole per un buon mining, insomma.

Alla lunga ciò ha contribuito direttamente alla diffusione delle tecnologie per questo contesto, e nello specifico ha portato alla realizzazione di hardware specifici, da parte di aziende specializzate, per applicazioni ad alto utilizzo di grafica (modellazione e rendering 3D e/o CAD, videogiochi di ultima generazione e via dicendo).

Applicazioni che poi, nella pratica e mediante l’inesorabile evoluzione tecnologica dei chip, sono diventate a tutti gli effetti hardware dedicato per applicazioni di deep learning e mining. Il che è, ad oggi, praticamente l’unico modo per fare mining “artigianale”, con l’ulteriore nota (non certo trascurabile) che i costi dell’acquisto di questo tipo di schede video sono molto più alti della media; motivo per cui hanno iniziato a prendere piede soluzioni equivalenti in cloud, che gli utenti interessati pagano “a consumo” e senza disporre fisicamente dell’hardware.

Esistono dei modelli di schede video molto recenti, che sono generalmente preferite dagli appassionati per le caratteristiche che li contraddistinguono e per le capacità che possiedono in termini di prestazioni (misurate tipicamente in CUDA cores, ray-cast, memoria dedicata alla GPU ecc.). Un esempio molto diffuso ed ampiamente utilizzato dagli esperti è, ad esempio, quello della Nvidia Quadro RTX 6000, lo stesso che mette a disposizione l’azienda Seeweb per il suo servizio di server GPU pre-configurata in cloud.

A marzo di quest’anno, peraltro, la NVIDIA ha sviluppato una tecnologia nota come Crypto Mining Processors (CMP), per un totale di quattro modelli suddivisi in base agli hashrate disponibili (HX30, HX40, HX50 e HX90). Tali schede sono dedicati al mining e permettono di controllare con il massimo delle prestazioni una GPU che sarebbe stata quasi impensabile, solo fino a qualche anno fa.

Per chiunque volesse cimentarsi con algoritmi dalle prestazioni molto elevate, ad oggi, il suggerimento di massima è proprio quello di ricorrere a soluzioni in cloud, dato che risolvono più problemi di quanti ne possano creare gli hardware in loco, senza dubbio affascinanti per mille motivi ma soggetti a problemi di configurazione, installazione, manutenzione e ingombro nei propri spazi.

Con una soluzione in cloud, di fatto, avremo a disposizione un ambiente già pronto all’uso per permettere di effettuare il mining di criptovalute, con una piccola specifica ulteriore da fare: “minare” Bitcoin potrebbe non essere troppo pratico (ci vuole troppo tempo per guadagni quasi sempre irrisori), mentre rimangono senza dubbio discreti margini su altre criptovalute, come Ethereum o qualsiasi altra il mercato possa suggerire essere promettente commercialmente.

E per quanto rimanga un’applicazione dedicata a nicchie ben specifiche, resta la considerazione di una disponibilità per il grande pubblico di queste tecnologie, che dovrebbe certamente non essere sottovalutata.

Foto di LauraTara da Pixabay

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Euro digitale: parte la sperimentazione

Ultimamente si fa un gran parlare di moneta digitale e tutti gli esperti del settore ne stanno studiando pregi e difetti per verificarne un possibile reale utilizzo nell’economia di tutti i giorni – quella, per capirci, che si riferisce ai nostri pagamenti al bar o dal fruttivendolo – e non solo quella speculativa in cui gli investitori giocano a prevedere i picchi di valutazione delle monete virtuali nella speranza di incassare il più possibile. La domanda se la sono posta anche dalle parti della BCE (Banca Centrale Europea) che, dopo un periodo di attento studio del fenomeno, ha deciso di lanciare un programma di analisi biennale che ha come fine studiare l’impatto che potrebbe avere un euro digitale sui mercati europei e quali caratteristiche tecnologiche gli sarebbero più appropriate.

Euro digitale vs Euro reale

L’Euro, la moneta in uso nei confini della Comunità Europea sin dal 2002, è una delle valute più forti e stabili del pianeta. Grazie alla puntigliosa regolamentazione cui è soggetta e all’onnipresente controllo della BCE, è riuscita a superare meglio di altre monete l’impatto con le crisi economiche più devastanti degli ultimi 20 anni (bolla dei sub-prime, crisi da pandemia di Covid-19) e – nonostante gli innegabili difetti – è il più grande veicolo di promozione e salvaguardia economica dell’intera Comunità Europea.

Partendo da questo presupposto, può sembrare quindi strano che la BCE stia concentrando risorse ed energie nello studiare un formato digitale dell’Euro, essendo le criptovalute monete cui manca la caratteristica principale dell’Euro stesso: la stabilità.

Foto di DANIEL DIAZ da Pixabay

Da quanto trapela sembra proprio che l’idea di Christine Lagarde, presidente della BCE, e dei vertici delle istituzioni economiche europee sia proprio quella di progettare una valuta digitale stabile sui mercati e, di riflesso, utilizzabile da qualunque utente anche nelle operazioni di transazione economico-finanziarie quotidiane più banali.

Stabilizzare una moneta virtuale

La vera scommessa che la BCE si propone di vincere è quella di riuscire a stabilizzare una moneta virtuale. Infatti le criptovalute, non essendo ancorate al sistema di “pesi e contrappesi” tipico delle monete tradizionali, vivono periodi di vertiginosa ascesa alternati ad altri di crollo repentino nelle valutazioni, risultando molto suscettibile agli umori del momento (pochi mesi fa, ad esempio, con un semplice Tweet, il miliardario Elon Musk fece sprofondare in poche ore il valore dei Bitcoin) e quindi poco affidabili per legare ad esse l’andamento economico di una nazione. Non è un caso se, infatti, le criptovalute, al momento, abbiano per lo più due soli utilizzi pratici: il pagamento di beni o prestazioni illegali e la speculazione finanziaria.

Per stabilizzare una moneta virtuale serve quindi un insieme di regole cui queste devono sottostare, esattamente come avviene per le monete tradizionali che gravitano nei circuiti di borsa. Devono in oltre essere previsti dei meccanismi di blocco delle contrattazioni in coincidenza con elevati picchi di rialzo o di ribasso ed essere ancorate in qualche modo all’economia reale (e legale).

L’obiettivo della BCE

La Lagarde, conscia delle problematiche legate alle criptovalute, ha affermato che ora è il momento di intraprendere un cammino di profonda analisi del fenomeno che duri due anni. Dopodiché, in base ai risultati ottenuti, si discuterà insieme alle autorità economico-finanziarie della Comunità se e quando immettere nei mercati l’Euro digitale, fermo restando che essa dovrà incondizionatamente garantire:

  • Stabilità economica e monetaria;
  • Essere particolarmente difficile da utilizzare per compiere transazioni illecite;
  • Essere utilizzabile per tutte le transazioni eseguibili con moneta tradizionale;
  • Integrare ma non sostituire la moneta contante.

In particolare, negli studi preliminari già esaminati dalla BCE i quali hanno determinato il parere favorevole a questa nuova fase biennale di indagine, tramite sondaggi condotti con professionisti e semplici utenti, si sono analizzate quattro aree sensibili dove una moneta digitale potrebbe avere delle criticità:

  • Libro mastro digitale dell’Euro;
  • Privacy e antiriciclaggio;
  • Limiti nella circolazione digitale dell’Euro;
  • Eccesso dell’utente alla moneta in situazione di impossibilità di connessione alla rete internet e il relativo studio di dispositivi appropriati dedicati.

Tutti gli studi effettuati al proposito hanno al momento dato risultati soddisfacenti e non sembrerebbero esserci ostacoli insormontabili per implementare le caratteristiche richieste ad un ipotetico Euro digitale.

Per quanto riguarda la tecnologia da utilizzare per rendere univoci e inalterabili le transazioni, sia il meccanismo proprietario della Comunità Europea denominato Eurosystem Target Instant Payment Settlement (Tips) che la tecnologia della blockchain, generalmente utilizzata nelle criptovalute in circolazione, si sono dimostrate sufficientemente affidabili, prestanti e sicure per impiantarvi l’architettura digitale necessaria al funzionamento della nuova valuta digitale.

Ora bisognerà attendere questi ulteriori due anni di analisi e riflessione, dopodiché la BCE prenderà la decisione definitiva che, siamo sicuri, non influenzerà solo l’ipotetico destino digitale dell’Euro ma anche il futuro di tutte le criptovalute in generale.

 

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Diritti d’Autore: cosa sono e quanto si guadagna con essi

La genesi delle normative inerenti il Diritto d’Autore ha radici ben più lontane nel passato di quanto possiamo immaginare. Di fatto il concetto viene introdotto un po’ in tutt’Europa dopo che la stampa a caratteri mobili inizia ad espandersi (dal XVI° secolo in poi) e ora è legalmente riconosciuto in quasi tutti gli stati del mondo ed esistono diverse convenzioni internazionali che tutelano il diritto in sede globale. La monetizzazione dei Diritti d’Autore è una delle principali fonti di guadagno degli artisti appartenenti a qualsiasi campo della cultura e il loro valore complessivo ha ormai raggiunto la stratosferica cifra di 10 miliardi di dollari annui. Vediamo in questo articolo cosa sono i Diritti d’Autore e quali sono i meccanismi che permettono di guadagnare grazie ad essi.

Diritti d’Autore: cosa sono?

Il diritto d’autore tutela le opere dell’ingegno di carattere creativo riguardanti le scienze, la letteratura, la musica, le arti figurative, l’architettura, il teatro, la cinematografia, la radiodiffusione e, da ultimo, i programmi per elaboratore e le banche dati, qualunque ne sia il modo o la forma di espressione. (Tratto dall’Enciclopedia Treccani)

Dalla chiara e semplice definizione di cui sopra si evince come per Diritto d’Autore si intenda l’insieme delle normative che tutelano l’opera dell’ingegno umano relativamente alle creazioni artistiche e pubblicazioni scientifiche e tecnologiche, inclusi software e creazioni digitali.

Il titolare dei Diritti d’Autore è colui che ha creato l’opera che può essere, una canzone, un’opera lirica, un libro, una scultura, un quadro, un videogioco e quant’altro sia frutto della creatività dell’uomo. Ovviamente i Diritti d’Autore, pur avendo con essi delle analogie, non coincidono con i brevetti che tutelano invece le invenzioni e i progetti tecnologici.

Ci sono alcuni casi in cui i Diritti d’Autore non appartengono a colui che ha realizzato l’opera da tutelare come ad esempio gli articoli di giornale che sono di proprietà dell’Editore e non del giornalista che li scrive (es.: un articolo scritto da Marco Travaglio viene tutelato non per conto suo ma per quello del giornale per cui scrive) e, seppur possa sembrare strano, i diritti d’autore dei film non sono di proprietà del regista ma del produttore (es.: George Lucas ha curato la regia di solo quattro film della serie di Guerre Stellari – episodi I, II, III e IV – ma ha prodotto i primi sei episodi della serie di cui, quindi, detiene i Diritti d’Autore e, allo stesso modo, non è stato regista di nessun episodio della saga di Indiana Jones ma li ha prodotti tutti).

Alla base del Diritto D’Autore semplice, vi è il concetto di Diritto Morale D’Autore che è il potere inalienabile dell’autore di rivendicare la paternità della sua opera, di essere identificato come autore ogni qual volta terzi la utilizzino, di rivalersi sugli usi impropri e di disconoscere i falsi. In alcuni casi il Diritto Morale d’Autore può essere disconosciuto ma deve essere fatto in maniera scritta ed esplicita ed è questo il caso dei Ghostwriter che spesso scrivono di sana pianta romanzi o sceneggiature di film che però verranno pubblicati e tutelati sotto il nome di altri (es.: scrittori particolarmente affermati e prolifici di cui vengono pubblicati anche 4 o 5 romanzi all’anno, in realtà, scrivono per lo più delle striminzite bozze dei loro nuovi romanzi dalle quali i ghostwriters al suo servizio andranno a ricavare l’intero libro. Ovviamente questi scrittori non vogliono che tale procedimento venga reso manifesto – proprio per questo non possiamo fare i nomi di coloro di cui “sospettiamo” – e, sono pochi coloro che ammettono di farne ricorso. In ogni caso, quando vi accorgete che uno scrittore pubblica più di due romanzi all’anno, beh, diffidate, perchè sicuramente dietro alla sua firma c’è la penna di qualcun altro che, a volte, scrive anche meglio di lui).

I diritti d’autore, in Europa e in quasi tutti gli stati occidentali, sono tutelati e remunerati per tutta la vita dell’autore e fino a settanta anni dopo la morte dello stesso, periodo questo in cui gli introiti verranno incassati dagli eredi. Passato detto lasso di tempo le opere diventano di pubblico dominio e tutti potranno usufruirne gratuitamente e liberamente. Resta sempre salvo il Diritto Morale D’Autore per cui nessuno potrà arrogarsi la paternità di un’opera di pubblico dominio che verrà sempre riconosciuta all’autore originale ormai defunto.

Quanto si guadagna con i Diritti d’Autore?

Innanzitutto partiamo dal tracciare la differenza tra due termini che spesso vengono confusi e ritenuti sinonimo ma che, nella realtà, sono due cose diverse e separate: royalties e diritti d’autore.

Le royalties sono gli introiti diretti della vendita della propria opera dell’intelletto: se un musicista pubblica un album di suoi brani, contratterà con la casa discografica quanto sarà il suo guadagno per ogni singola copia venduta o altro riferimento relativo alla quantità di vendite quale può essere il numero di streaming online ecc.. Il ricavato complessivo delle vendite dirette costituisce l’ammontare delle royalties. Nel prezzo finale del CD però, oltre alle percentuali che toccano all’autore, al produttore, al venditore e alle imposte fiscali (IVA), una parte del costo – che in Italia si aggira intorno al 5% del prezzo finale – è destinata alle agenzia intermediarie (quella operante in Italia si chiama SIAE, Società Italiana degli Autori e degli Editori) che si occupano della tutela dei Diritti d’Autore. Il sistema italiano, analogamente a quello degli altri stati membri della Comunità Europea, prevede che la SIAE provvederà poi a girare all’autore buona parte dell’introito incassato dalle vendite, trattenendo per sè una piccola parte che consente all’istituto di sopravvivere, mentre un’altra piccola parte confluirà in un Fondo di Solidarietà per gli artisti particolarmente meritevoli che necessitino di un aiuto economico (il Fondo sembra essere sospeso dal 2020).

Capito questo concetto risulta chiaro come per alcuni brani musicali le royalties vadano pagate ad un artista e i diritti d’autore ad un altro. Prendiamo il caso della canzone Knockin’ On Heaven’s Door scritto da Bob Dylan ma ripubblicato nel 1991 in una celeberrima cover dai Guns ‘n’ Roses: in questo caso le royalties dell’album Use Your Illusion II dei Guns ‘n’ Roses in cui è contenuta la cover del brano saranno incassate dal gruppo di Axl e Slash, mentre i diritti d’autore verranno incassati da Bob Dylan che scrisse testo e musiche nel 1973 per la colonna sonora del film Pat Garrett e Billy the Kid.

Ovviamente i Diritti d’Autore (e non le royalties in questo caso) saranno dovuti anche quando terze parti utilizzeranno opere altrui nei loro spettacoli o opere artistiche di varia natura:

  • ogni qual volta un gruppo musicale esegue un brano di un altro musicista/compositore/band;
  • quando un brano viene inserito all’interno della colonna sonora di un film, musical, spot televisivo e quant’altro;
  • quando un brano verrà diffuso via radio, TV, o servizio internet;
  • quando un brano di un testo scritto verrà riportato in un altro libro o recitato in un film, commedia, musical e quant’altro;
  • quando video e/o immagini verrano montati in un collage, videoclip, medlay e situazioni simili
  • ogni qual volta un’opera dell’ingegno o parte di essa verrà riprodotta a scopo di lucro.

Tali e tante sono le variabili che sottostanno al meccanismo dei diritti d’autore che è praticamente impossibile quantificare a priori quanto un brano, un libro, un software e quant’altro possano farci guadagnare. Se prendiamo ad esempio una canzone, con essa si guadagna in diritti d’autore dalla vendita del CD o altro supporto fisico, dalle esecuzioni dal vivo del brano effettuate dallo stesso autore, dalle cover, dalle diffusioni radiofoniche, dai download dagli store digitali, dallo streaming su piattaforme tipo Youtube e dall’inserimento del brano in colonne sonore di opere della natura più varia. Una cosa sola è certa: per fare tanti soldi con i soli Diritti d’Autore è necessario fare tante, ma proprio tante, vendite e, in ogni caso, le royalties garantiscono molti più soldi dei Diritti. Ma, a meno che non vi chiamate Pink Floyd e pubblichiate un album che si chiami The Dark Side fo the Moon, il grosso della monetizzazione delle royalties avviene praticamente a ridosso della pubblicazione del nostro lavoro (brano musicale, libro o altro) o, al più, nei mesi immediatamente successivi ad essa, i Diritti d’Autore verranno riscossi vita natural durante e potranno vivere dei momenti di inaspettati picchi di incassi per i motivi più svariati: pensate al brano Un’Estate Italiana, scritto da Giorgio Moroder in occasione dei Mondiali di Calcio in Italia del 1990 (con testo italiano a cura di Gianna Nannini e Edoardo Bennato), dopo essere stato un tormentone discografico nell’anno dei Mondiali in cui vendette milioni di copie, è praticamente scomparso per 31 anni fino a tornare ad essere un brano ascoltato in ogni dove e in ogni momento dopo la recente vittoria dell’Italia al Campionato Europeo. Moroder, Nannini e Bennato ringraziano la nazionale italiana perchè il saldo che la SIAE riconoscerà loro a fine anno avrà qualche “zero” in più.

Sfatiamo un mito

Spesso si legge o si sente dire che la SIAE esista solo in Italia: Bufala!

Ovviamente nelle altre nazioni ha altri nomi, costi e caratteristiche ma in quasi ogni nazione esiste un ente simile per funzioni e attività alla SIAE che tutela gli autori e gli editori e fa da tramite tra coloro che producono arte e coloro che la eseguono, trasmettono e utilizzano in ogni modo.

Sebbene ad alcuni il concetto di dover pagare una tassa sulla sua arte (per ogni brano, libro, film ecc. di cui si richiede la tutela, l’autore deve infatti pagare un contributo), in realtà il ruolo di queste agenzie è importantissimo per gli autori stessi che altrimenti non vedrebbero quasi mai riconosciuti i loro diritti per l’impossibilità di essere ubiqui e onniscienti. La SIAE e gli altri enti simili, invece, con il meccanismo della consegna del borderò alla fine di ogni spettacolo (un documento in cui l’esecutore elenca i brani eseguiti e gli autori degli stessi), possono garantire che buona parte dei Diritti d’Autore vengano incassati dagli aventi diritto e, tramite l’interscambio di dati tra le varie agenzie nazionali, questi verranno riscossi ovunque nel mondo.

Foto di RegioTV da Pixabay

In ogni caso dobbiamo sfatare una “bufala nella bufala” in quanto l’iscrizione alla SIAE per la salvaguardia dei propri diritti non è affatto obbligatoria in quanto esistono altri metodi legali per tutelarne almeno la paternità: basta auto-inviarsi una raccomandata con ricevuta di ritorno (da non aprire mai se non alla presenza del giudice) con all’interno il CD che si è appena registrato per dimostrare in maniera inconfutabile che alla data della missiva quei brani erano stati composti da voi e chiunque pubblichi una canzone simile alla vostra in una data posteriore è passabile di condanna per plagio.

Tornando alla “bufala” di cui abbiamo parlato poco sopra l’unica cosa che c’è di vero è che gli stati soggetti alla Civil Low (Italia, Francia, Germania e Comunità Europea in generale) tutelano il Diritto d’Autore per come lo abbiamo descritto in questo articolo mentre nelle nazioni in cui il sistema legislativo è basato sul principio della Common Low (UK, USA) si tutela il principio del copyright che è leggermente differente… ma di questo parleremo in un articolo dedicato!

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Cosa sono le carte prepagate Amazon?

Uno dei servizi più interessanti che Amazon mette a disposizione dei suoi utenti è sicuramente quello delle carte prepagate, strumenti comodi, flessibili e semplici da utilizzare per effettuare i nostri acquisti sul noto portale di e-commerce. Scopriamo le sue funzionalità e i suoi vantaggi.

Cos’è una prepagata Amazon?

Innanzitutto non facciamoci trarre in inganno poichè, pur essendo spesso denominate “carte prepagate” anche dalla stessa casa madre, queste non hanno il supporto fisico tipico delle normali carte di credito plastificate ma sono semplicemente un codice digitale che, inserito in un account Amazon tramite la voce “aggiungi un buono regalo“, potrà fare spendere al benificiario l’importo relativo al buono. Ovviamente, dato che questo tipo di servizio è utilizzato principalmente come forma di regalo (non è quindi un caso se, come abbiamo visto poc’anzi, la voce da cliccare per poterne usufruire è proprio “aggiungi un buono regalo“), è possibile farlo recapitare al destinatario per posta o darlo personalmente a mano sotto forma di bigliettino di auguri con tanto di dedica e cofanetto. Chi lo possiede può spendere l’importo in esso contenuto solo ed esclusivamente per acquisti da effettuare su Amazon.

Come ottenere una prepagata Amazon.

Ovviamente il modo più logico e naturale per poter acquistare una prepagata Amazon è tramite il portale stesso. Nella barra in alto, sulla sinistra, tra le prime voci vi comparirà “Buoni Regalo”, cliccandoci sù vi apparirà una pagina dalla quale potrete scegliere l’importo del buono (da 0,15 centesimi a 5.000 euro) e le varie personalizzazioni da applicare. Quando avrete selezionato tutto ciò che vi interessa basterà procedere al pagamento e il buono verrà inviato all’indirizzo desiderato.

Screenshot della Home Page di Amazon in cui è cerchiata in arancione ed indicata dalla freccia la voce “Buoni Regalo”.

Ma le prepagate Amazon si possono acquistare anche nelle tabaccherie, ricevitorie e in alcuni supermercati. In base al tipo di esercizio i tagli disponibili potranno essere diversi con proposte commerciali che cambiano nel tempo a base del tipo di ricevitoria, supermercato o altri fattori.

In oltre, è possibile ottenere questo tipo di buoni come premio per aver aderito a determinate promozioni commericali, in seguito all’istallazione di alcune app o dopo aver partecipato a sondaggi ed interviste online. Generalmente queste sono inizative a tempo limitato per cui vi conviene fare attenzione ai vari banner pubblicitari che internet vi propone perchè un giorno o l’altro potrà toccare a voi di essere i fortunati vincitori di un buono Amazon.

Quanto costa e quanto dura.

Il costo delle prepagate Amazon varia in base all’importo scelto ed è uguale a 30 centesimi ogni 10 euro di ricarica (oltre, ovviamente, al prezzo dell’importo ricaricato). Esempi:

  • buono da 10 euro = costo totale 10,30 euro
  • buono da 25 euro = costo totale 25,75 euro
  • buono da 50 euro = costo totale 51,50 euro

La durata del buono sarà invece di 10 anni e potrà essere speso anche in più soluzioni fino all’esaurimento del credito. Ovviamente se l’acquisto che state per effettuare è superiore al buono che avete a disposizione, per pagarlo potrete utilizzare l’intero importo del buono aggiungendo la parte restante dalla carta di pagamento che avete associato al vostro account Amazon.

Perchè usarla?

Ovviamente l’uso principale che si fa delle ricaricabili Amazon è quello del regalo: se dovete/volete fare un regalo ad una persona ma non volete correre il rischio di sbagliarlo, una soluzione simile è l’ideale per rendere tutti felici e contenti! Ma, come avrete notato, nell’articolo abbiamo volutamente utilizzato alternativamente i termini “ricaricabile” e “buono regalo” per riferirci a questo strumento poichè se siete “allergici” al pagamento online tramite carte di pagamento (siano esse di credito o di debito) o tramite il vostro conto bancario, questo metodo vi permette di pagare i vostri acquisti “quasi” in contrassegno (modalità non ammesssa da Amazon) poichè vi basterà recarvi in tabaccheria o in ricevitoria con moneta sonante in mano, acquistare un buono per voi stessi, ricaricarlo nel vostro account e pagare con quei soldi senza utilizzare nessun dato proveniente dalla vostra carta o dal vostro conto.

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Prepagata PayPal

Se desideri una carta PayPal prepagata, con la quale effettuare acquisti sia online che offline, puoi seguire la procedura che ho descritto di seguito, e che io stesso ho appena seguito per acquistarla.

Carta Carta prepagata PayPal: dove trovarla e come attivarla

Circuito: MasterCard

La carta prepagata della PayPal aderisce ad oggi al circuito MasterCard.

Ricordati che la carta prepagata PayPal può essere usata come una PostePay con il vantaggio di essere collegata al tuo account PayPal che già usi per fare acquisti online: basta registrarsi con la stessa email. La procedura si divide in due fasi: la prima è quella di fare la richiesta ad un tabaccaio (che già possieda le carte da attivare) di una nuova carta PayPal, la seconda è quella di confermare l’attivazione online sul sito LottoMatica. Andiamo per ordine: non sarà difficile!

Come è fatta una carta PayPal

Un’immagine illustrativa tratta dal sito ufficiale di PayPal è la seguente.

Per altre info e per acquistare la carta online, andate nel sito ufficiale: Prepagata PayPal

Dove si trova il numero della carta prepagata PayPal?

Il numero della carta prepagata PayPal si trova semplicemente stampato sulla carta, un po’ sotto il chip, ed è generalmente scritto parzialmente in sovraimpressione sul logo.

Quanto costa attivare una carta PayPal

Il costo per l’attivazione di una prepagata PayPal è di 9,90 euro.

Al momento dell’attivazione la ricarica minima è di almeno 10 euro.

Quindi, complessivamente, per aprire una nuova carta prepagata PayPal bisogna spendere 10+9,90 = 19,90 €.

Quanto posso ricaricare al massimo su una carta Paypal?

Al massimo potrete caricare nella carta un totale di 10.000 euro (plafond).

Dove richiedere la carta

  1. Come prima cosa dovete andare ad un tabacchino abilitato all’operazione (cercalo vicino a te su PuntoLis.it), portando con voi carta d’identità non scaduta e codice fiscale.
  2. Successivamente dovrete richiedere una carta prepagata Paypal, dando al rivenditore i due documenti di cui sopra.
  3. Date il vostro indirizzo email, ed un numero di telefono valido.
  4. Chiamate il numero che vi diranno di chiamare, e – se tutto andrà a buon fine – a quel punto la carta sarà pronta all’attivazione (che si farà online, da casa, fase 2).

Come attivare la carta online

Una volta ottenuta la carta di PayPal bisogna attivarla sul sito Lottomaticard entro 6 mesi dall’acquisto:

https://www.lottomaticaitalia.it/

da qui in poi, basta seguire la procedura guidata.

Non sono disponibili ulteriori informazioni, per il momento.

Posso collegare la carta ad un account PayPal esistente?

È ovviamente possibile collegare la carta ad un account PayPal esistente, ma questa operazione va effettuata successivamente all’acquisto. Quindi se volete fare questo non dovrete fare altro che procurarvi la carta dando al rivenditore la stessa email PayPal che prima usavate online e basta. Conto e carta rimarranno comunque separati a livello di gestione.

Considerate che comunque conto PayPal con carta ed account PayPal saranno due cose diverse tra loro, ma collegabili, almeno per quanto mi ha detto l’assistenza.

Nato a Vibo Valentia e provincia? Niente carta PayPal

(questa informazione risale al 2019 e potrebbe non essere aggiornata, ndr) Secondo quanto mi hanno detto per telefono, è attualmente impossibile ottenere una carta prepagata PayPal se il titolare è nato in provincia di Vibo Valentia, in quanto prima risultava provincia di Catanzaro ed oggi di Vibo Valentia: i record di PayPal non sono aggiornati e non è possibile fare nulla a riguardo (info ottenuta dopo due telefonate al call-center di PayPal). È molto probabile che il problema sia identico per molte altre provincie italiane di nuova formazione (segnalare qui, in caso, in modo da aggiornare facilmente il post).

È stata fatta presente la circostanza a Lottomaticard che non ha ancora, ad oggi, risposto alla mail di reclamo.

Aggiornamento: è stato purtroppo confermato dal servizio clienti che non è possibile procedere con la registrazione e l’acquisto di una nuova carta PayPal per via della discrepanza provinciale e dei loro dati non aggiornati.

Roma: dove richiedere la carta PayPal

Due tabacchini abilitati a darvi fisicamente la carta prepagata PayPal sono, ad esempio (zona Montesacro):

  • GRECI FABIANO VIA VAL DI COGNE 32/3400141 ROMA RM – Fermata Metro CONCA D’ORO, vicino angolo farmacia (Maps)
  • MERINOS ORLANDO VIA VAL DI LANZO 3900141 ROMA RM – Fermata Metro CONCA D’ORO – Angolo della farmacia prima del semaforo, girare subito a sinistra in Via Val di Lanzo, sulla sinistra più avanti (Maps)

Trovate tutti gli altri rivenditori autorizzati (per tutti i centri d’Italia) dal sito ufficiale di PuntoLis.it.

Come contattare l’assistenza di PayPal

I numeri di assistenza a cui rivolgersi sono i seguenti: 06-8932 – se NON avete ancora la carta, selezionare l’opzione 3 ed attendere risposta operatore, diversamente seguire la voce guidata.

Conclusioni

Possono capitare diversi inconvenienti per ottenere la carta PayPal: a me la prima volta è capitato di richiederla online e non è mai arrivata, in seconda istanza ho riprovato di recente ma mi è stata rifiutata per via di un’incongruenza anagrafica non risolvibile. Sotto questo punto di vista è piuttosto difficile intervenire, l’unica possibilità è quella di inoltrare un reclamo per far presente la cosa NON direttamente a Paypal, bensì a Lottomaticard che gestisce le carte PayPal fisicamente.

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conto corrente zero spese

Scegli un conto corrente a zero spese online

Grazie all’avvento della digitalizzazione oggi è molto più semplice confrontare i servizi di internet banking legati ai conti correnti online e scegliere dunque l’istituto bancario che offre più benefici per le proprie tasche, a partire da un conto corrente zero spese, cioè un prodotto finanziario che ti consente di accedere al servizio bancario dell’istituto scelto senza dover pagare i costi legati all’apertura o alla gestione del conto corrente stesso. Vengono cioè annullati i costi e le spese relative all’imposta di bollo, al canone annuo e di tutte quelle legale alle frequenti operazioni di prelievo, ai bonifici, al versamento bancario, al rendiconto o altre spese operative.

Avviando la ricerca di comparazione tra le diverse tipologie di conto potrai trovare la soluzione più adatta scegliendo tra un conto corrente per coprire le esigenze dei giovani, un conto corrente per trading se vuoi monitorare i tuoi investimenti o un conto corrente con fido se vuoi avere l’apertura di una linea di credito con la banca.

2 motivi per scegliere un comparatore di conto corrente a zero spese

Ci sono almeno 2 buone ragioni per cui bisogna scegliere un comparatore online di conti correnti a zero spese, ovvero:

  • Con un solo clic puoi velocizzare la ricerca in base a ciò che ti occorre, mettendo a confronto tutto ciò che offre un istituto con i servizi di un altro in una chiara panoramica;
  • Avere quindi una visione d’insieme di tutte le possibili soluzioni con cui si possa risparmiare di più e di conseguenza scegliere l’istituto di credito che offre il miglior servizio in linea con le proprie esigenze

In tal modo ogni risparmiatore che vorrà aprire un conto corrente a zero spese online dove depositare i propri risparmi e monitorarli senza alcun costo aggiuntivo post-apertura potrà farlo in tutta sicurezza, in quanto sarà ben consapevole del servizio attivato presso una determinata banca, dopo aver vagliato attentamente le opzioni di ogni istituto messe a confronto tramite piattaforme comparative.

Perché aprire un conto corrente online

A differenza di qualche anno fa, oggi la sicurezza in rete (cyber security) è aumentata e dunque anche poter aprire un conto corrente online è più sicuro, ma soprattutto è semplice e permette di ottimizzare i tempi. Inoltre, con un conto corrente online potrai monitorare i movimenti delle tue spese in ogni istante, soprattutto tramite le apposite applicazioni (che variano a seconda della banca o istituto con cui si decide di aprire il conto corrente). Non solo, se selezioni gli istituti che ti consentono di avere un conto corrente a zero spese non dovrai neppure dover pagare i costi per l’imposta di bollo o altre spese legate alla gestione del conto stesso.

Insomma, con un conto corrente online potrai velocizzare ogni operazione (a meno che tu non debba effettuare un prelievo), avere sempre sott’occhio quanto stai spendendo e non dovrai neppure recarti presso l’istituto bancario presso cui vorresti attivarlo, ma potrai farlo comodamente da casa tua usando il tuo pc o il tuo telefono. Facile, no?

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Youtube: quanto si guadagna con i video?

Il sito Youtube è uno dei più rivoluzionari nonché il secondo più visitato della rete dopo Google (che ne è proprietaria). Con miliardi di video caricati che, a loro volta, vengono visti da miliardi di utenti, Youtube è diventato anche il “posto di lavoro” di una nuova categoria di imprenditori chiamati Youtuber che arrivano a guadagnare cifre esorbitanti grazie ai video che realizzano e condividono sul portale. Scopriamo quindi come e quanto si può guadagnare caricando i nostri video su Youtube.  

Quanto si guadagna con Youtube?

Ebbene, la risposta è: tanto!

Ovviamente non basterà il trecentomiliardesimo video del vostro gatto che non fa nulla di particolarmente rivoluzionario a farvi diventare milionari, ma con tanta costanza e intuito, se vi soffermate su un argomento particolarmente interessante su cui avete tanto da dire, allora potreste avere anche voi un ricco futuro da Youtuber. Sì, perchè se è vero che Youtube sia una giungla sconfinata piena di video della più variegata natura, è altresì vero che (dati di Youtube alle mani) il 99% delle visualizzazioni viene totalizzato dal 30% dei video e, quindi, per guadagnare qualcosina, bisogna essere bravi a piazzarsi in quel risicato 30%!

Ma ora vediamo quanto è disposta a pagare Youtube per le visualizzazioni dei nostri video.

Se volete guadagnare qualcosa ma in media i video dei vostri gatti collezionano tra le 10 e le 15 visualizzazioni, beh, vi conviene cambiare soggetto: Youtube infatti, in base al pubblico di destinazione dei video, paga dai 50 centesimi ai 2 dollari ogni 1000 visualizzioni e per iniziare a vedere i primi spiccioli bisogna prima collezionare almeno 10.000 visualizzazioni tra tutti i video pubblicati sul nostro canale. Il canale, a sua volta, dovrà essere associato ad un account AdSense autorizzato. Una volta raggiunte le 10.000 visualizzazioni, il team di Youtube analizzarà il vostro canale e si accerterà che i vostri video siano monetizzabili (a questo link, Google spiega quali caratteristiche devono avere i video per poterli monetizzare) e, se l’indagine avrà esito positivo, vi sarà permesso di aderire al programma Partner di Youtube tramite il quale potrete guadagnare grazie alle pubblicità che verranno inserite nei vostri filmati.

Come abbiamo potuto vedere, dunque, l’incasso di introiti tramite Youtube non è né facilmente raggiungibile né particolarmente remunerativo se i nostri video hanno poche visualizzazioni (e molti di voi sanno già bene che racimolare 10.000 visualizzazioni non è affatto semplice).

Come guadagnare (tanto) con i video di Youtube?

Ma com’è possibile che ci siano personaggi che abbiano guadagnato milioni e milioni di dollari in pochissimo tempo con i loro video?

La risposta è implicita nella domanda: con le visualizzazioni! Il problema è riuscire a trovare l’argomento giusto da trattare, nel modo più accattivante possibile, con i termini giusti e riuscendo a capire cosa cerca il pubblico cui vi state rivolgendo.

Non basta conoscere qualsiasi cosa dell’argomento “X” per ottenere in automatico l’attenzione di tutti gli appassionati di “X” altrimenti tutti i più ricchi e seguiti Youtuber sarebbero i professori universitari cui basterebbe condividere le loro lezioni sul web: ma non è affatto così!

Le chiavi del successo di un video sono da ricercare altrove:

  • serve saper comunicare in modo semplice e chiaro, aiutandosi, quando possibile, con grafici, vignette, foto e video che siano accattivanti;
  • bisogna “investire in simpatia“: non sperate di ottenere un seguito globale se nel vostro video parlerete con una voce da “simil-oltetomba” con un’espressione funerea in volto. Non che non ci siano gli utenti cui questo aspetto potrebbe piacere – ci riferiamo ai cultori dell’horror più truce o agli appassionati delle devianze umane che non sono affatto pochi – ma generalmente i video che potrebbero piacere a queste persone, seppur visibili su Youtube (a meno di violenza fisica e/o verbale troppo spinta che ne causerebbe la censura), spesso non sono monetizzabili proprio in virtù dei contenuti e, paradossalmente, potreste ottenere milioni di visualizzazioni senza poter guadagnare un centesimo;
  • condividere i vostri video su tutti i principali social: Facebook, Instagram, Tik Tok, Telegram, tutto fa brodo e ognuno di questi mezzi può regalare una bella spinta in termini di visualizzazioni;
  • non fare “la lotta” ai canali che trattano i vostri stessi argomenti ma cercate alleanze: invitare Youtuber a voi affini o farsi invitare da loro nei rispettivi video, è un ottimo modo per entrambi di allargare la propria cerchia di seguaci. Non dimenticatevi che youtube è gratis e quindi un utente non ha la necessità di scegliere cosa guardare poichè il suo unico limite è il tempo che ha a disposizione da passare su internet: se un utente che non vi conosce vi vedrà ospite su un canale da lui seguito potrà iniziare a seguire anche voi e viceversa con una ricaduta positiva nelle visualizzazioni per entrambi;
  • essere sintetici: seppur abbiate ore e ore di cose da raccontare sull’argomento “X” non potete dimenticare che avete a che fare con un pubblico che ha un livello di attenzione medio molto basso e quindi divagare potrebbe essere deleterio;
  • ci vuole fortuna: beh, quella ci vuole sempre!

Detto ciò, non resta che augurarvi buona fortuna! La via della ricchezza per uno Youtuber non è affatto facile, ma con impegno e ingegno potreste creare un canale che vi garantisca un buon arrotondamento delle entrate, tenendo a mente che per guadagnare 1.000 euro vi occorrerà totalizzare almeno un milione di visualizzazioni…

Per non farvi cadere nello sconforto, in chiusura, vi postiamo il video fatto da uno Youtuber italiano meno di due anni fa quando aveva poco più di 1000 iscritti e circa 30.000 visualizzazioni sul suo canale. Oggi quello stesso Youtuber ha 217.000 iscritti e oltre 30 milioni di visualizzazioni: insomma, se ci credi ce la puoi fare!

 

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Pagare.Online è gestito e scritto prevalentemente da Salvatore Capolupo