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Credito d’imposta al 30%: cos’è e come funziona

È noto informalmente come bonus bancomat o bonus pagamenti elettronici, ma formalmente si tratta di un credito d’imposta. In base al provvedimento pubblicato dall’Agenzia delle Entrate giorno 29 aprile 2020, il credito d’imposta al 30% viene riconosciuto se gli esercenti, nel corso dell’anno di imposta precedente, abbiano conseguito compensi e ricavi di massimo 400.000 euro. Ricordiamo che, nella normativa vigente, il credito di imposta è una compensazione dei debiti atta tipicamente a diminuire le imposte, e che può essere in alcuni casi oggetto di rimborso al momento della dichiarazione dei redditi.

Già con la legge 157/2019 era possibile, per gli esercenti, richiedere un credito d’imposta del 30% sui costi di commissione per qualsiasi tipo di pagamento digitale. In seguito, dl 1 luglio 2020, è prevista la possibilità di richiedere questa percentuale di credito di imposta in sede di dichiarazione dei redditi.

Se ad esempio l’importo è pari a 1000€, il credito d’imposta sarà del 30% ovvero 300€.

Come richiedere il credito d’imposta

Si può richiedere mensilmente mediante F24, usando il codice tributo 6919, ma per sicurezza e per maggiori informazioni si suggerisce di chiedere al proprio commercialista. Da quello che suggeriscono su altri portali qualificati, inoltre, è bene fare molta attenzione a scalare correttamente il credito d’imposta, perchè eventuali errori possono riflettersi in multe e pagamenti ulteriori.

Chi può usufruire del credito d’imposta

Qualsiasi tipo di attività commerciale, artigiani e liberi professionisti o artigiani che offrono un servizio di pagamento tracciabile, che non abbiano guadagnato più di 400.000 euro nel corso dell’anno precedente.

Quali spese concorrono al credito d’imposta

Vengono considerate ai fine delle spese tutti i pagamenti fatti effettuare a privati (le spese verso altre aziende o B2B sono escluse, a quanto pare):

  • pagamento con lettore di carte;
  • pagamento con buoni d’acquisto;
  • pagamenti online mobile, Google Pay, Apple Pay;
  • pagamenti con carta di debito, credito e prepagata (anche online).

Credito d’imposta e POS (Point Of Sale)

Alcuni POS utilizzabili dagli esercenti per far pagare i propri clienti con carta prevedono, tra le altre cose, una funzionalità interna per visualizzare il reddito d’imposta accumulato nel mese precedente (ad esempio SumUp presenta questa possibilità).

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criptovalute

Il valore di Bitcoin è di oltre 887 miliardi di dollari

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando, nell’ottobre del 2009, 1309 BTC equivalevano ad appena un dollaro. Confermando un trend costantemente crescente che, di fatto, sta incrementando il numero di acquisti e di volume d’affari della criptovaluta “madre” per eccellenza, venerdì scorso il prezzo di Bitcoin è andato oltre i 56.000 dollari, spingendo il valore complessivo di tutti i bitcoin oltre un 1 trilione di dollari. Un valore che arriva a superare quello della capitalizzazione di mercato di un gigante come Facebook, per quanto non sia ancora riuscito a scalzare altri colossi come Alphabet, Amazon ed Apple. Sta di fatto che in circa un anno il valore di bitcoin in dollari (e anche in euro, ovviamente) è praticamente raddoppiato.

Al momento in cui scriviamo, il grafico seguente assume che 1 BTC equivalga a 47.589€, quando a inizio mese valeva circa 26.000€.

Immagine tratta da Google.it

Immagine tratta da Google.it

Molto di questa crescita che è, lo diciamo senza mezzi termini, quasi certamente una potenziale bolla speculativa e che sembra aver avuto un grado di influenza dalle posizioni pro-bitcoin espresse da Elon Musk (che ha pure acquistato 1 milione e passa di dollari in BTC per la Tesla), c’è un problema di cui secondo me non parla quasi nessuno: non tutti i bitcoin sono effettivamente disponibili per l’uso. Questo fa molta differenz anche se potrebbe sembrare un dettaglio tecnologico di poco conto, ed è un fatto noto come gran parte del capitale BTC sia bloccato perchè i proprietari hanno dimenticato la password per sbloccare il wallet, e non c’è modo di recuperarla in questi casi (alcuni hanno assunto team di crittografi e informatici per cercare di risolvere il problema). Per trasferire dei bitcoin, in sostanza, devi conoscere la chiave privata corrispondente: e non solo alcune chiavi sono andate smarrite, ma è anche praticamente impossibile sapere quante di queste chiavi siano smarrite. Ecco perchè abbiamo parlato di bolla speculativa: molti di quei bitcoin sono bloccati per sempre, ed è questo che suggerisce, in qualche modo, che in teoria il loro valore potrebbe continuare a lievitare senza che pero’ sia effettivamente a disposizione al 100% della sua capitalizzazione.

Ad esempio, sappiamo di un uomo che, in UK, afferma di aver buttato via un disco rigido che conteneva le chiavi di 7.500 bitcoin (400 milioni di dollari nella spazzatura, ad oggi). Ha provato anche a chiedere l’autorizzazione a scavare nella discarica per cercarlo, ma la richiesta è stata respinta dalle autorità britanniche. Questo tipo di incidente, che fa sorridere di primo achitto, è una tragica eventualità che si è ripetuta molte volte negli ultimi anni. Ed è aggravata dal fatto che molti dei detentori di quelle chiavi fossero informatici o comunque non esattamente newbie o principianti del settore, proprio perchè il BTC (ed i suoi wallet) si basato su un meccanismo di avanzatissima crittografia, che ne impedisce la “falsificazione” e che purtroppo ha come controindicazione che uno rischi sempre di perdere tutto se dovesse dimenticare o smarrire la chiave privata (leggi la guida su come usare i bitcoin). Al contrario, pare che i fratelli Winklevoss (gli studenti di Harvard che fecero causa al creatore di Facebook, Zuckerberg) abbiano acquistato un grande quantitativo di BTC e lo conservino gelosamente fino ad oggi, comprandoli a 120 dollari l’uno per un valore di mercato che oggi potrebbe ammontare a 100.000 bitcoin.

La più grande scorta di bitcoin al mondo, peraltro, è probabilmente quella di proprietà del creatore di bitcoin, il celebre Satoshi Nakamoto che non sappiamo essere un collettivo o una singola persona. Si stima che nei primi mesi della criptovaluta Nakamoto abbia fatto mining di più di 1 milione di bitcoin. Nakamoto non ha mai rivelato la propria vera identità, ed è scomparso da qualsiasi apparizione pubblica nel 2011; addirittura qualcuno sospetta che sia morto, nel frattempo, e quel milione di bitcoin non si sono più spostati nè sono stati toccati da alcuno fin da allora. Se Nakamoto fosse vivo ed avesse conservato accuratamente le chiavi private, il suo patrimonio netto supererebbe i 50 miliardi di dollari, abbastanza per annoverarlo tra le persone più ricche al mondo. Se esiste questa base di mercato “immobilizzata”, di fatto, è chiaro che – almeno in teoria, e salvo rivelazioni clamorose – il valore di bitcoin non dovrebbe mai scendere (in teoria, s’intende) oltre una certa soglia minima; e questo dovrebbe portarlo a fluttuare ancora molto, nei prossimi anni.  Sempre che, ovviamente, non avvengano rivelazioni di mercato clamorose, tipo l’identità di Nakamoto rivelata o cose del genere… difficile dire cosa succederà, ma la prudenza – per noi piccolo-medi investitori o vituperati holder – è certamente d’obbligo.

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